Lunedì 15 luglio 1647, Bari. Migliaia di persone scendono in strada contro le tasse del governo spagnolo, e davanti a tutti c’è un marinaio. Si chiama Paolo Ribecco, e per qualche giorno è l’uomo più potente della città.
Otto giorni dopo Napoli
Il 7 luglio Napoli era esplosa dietro Tommaso Aniello d’Amalfi, il pescivendolo passato alla storia come Masaniello, per una tassa nuova sulla frutta. La notizia corse lungo le strade del Regno e arrivò in Puglia in pochi giorni.
A Bari il terreno era pronto. La pressione fiscale era la stessa, e chi la riscuoteva erano gli appaltatori delle gabelle, uomini della città con nome e cognome. Otto giorni dopo Napoli, la piazza barese si mosse.
Chi era Paolo Ribecco
Non era un nobile, non era un prete, non era un ufficiale. Paolo Ribecco faceva il marinaio: viveva del porto, come mezza Bari di allora. È l’unica cosa che di lui sappiamo con certezza, ed è anche il motivo per cui la gente lo seguì.
La folla che si mise dietro di lui saccheggiò le case delle famiglie più in vista. Due palazzi e l’Arsenale furono dati alle fiamme.
I due morti e il campanile del Duomo
Nei disordini morirono due uomini, accusati di lavorare per il governo. Lo storico barese Giulio Petroni, che ricostruì quei giorni nell’Ottocento, ne fa i nomi: Marco Schiavone, il gabelliere del forno, e Titta di Nicco, un birro.
Di Nicco provò a salvarsi salendo in cima al campanile della Cattedrale. Da lassù fu precipitato.
È la parte più cruda della giornata, e va detta per quella che è: una folla che insegue due uomini per la città e li ammazza. La rivolta di Bari non fu una passeggiata di popolo.

Cosa ottenne Paolo Ribecco
Poi successe la cosa che rende questa storia diversa da tutte le altre di quell’estate: si aprirono le trattative, e finì con un accordo.
I rappresentanti del popolo minuto entrarono nelle decisioni della città. Fino a quel momento a governare Bari erano soltanto le famiglie che contavano, riunite nella Piazza dei Nobili; da allora il popolo ebbe voce e poté controllare quello che decidevano gli altri.
Ottenuto quello per cui era sceso in strada, Paolo Ribecco tornò a fare il marinaio.
Perché non finì come Masaniello
Qui sta la differenza con l’uomo a cui viene sempre paragonato. Il 16 luglio 1647, cioè il giorno dopo l’inizio della rivolta barese, Masaniello veniva ucciso a Napoli dai suoi stessi uomini. Dieci giorni di potere e la fine.
Ribecco no. Nessuna forca, nessun agguato, nessuna fuga: la rivolta si chiuse con una trattativa e lui rientrò nella sua vita di prima. Forse è proprio per questo che quasi nessuno lo ricorda: le rivolte che finiscono bene non fanno leggenda.
Nardò e Taranto, l’estate che attraversa la Puglia
Bari non fu un caso isolato. Il 24 luglio 1647 toccò a Nardò, dove il capopopolo Paduano Olivieri, detto Pagghiareddha, fece affiggere un proclama che ordinava ai cittadini di armarsi contro i nobili.
A dicembre si mosse Taranto: i cittadini elessero capopopolo Giovan Donato Altamura, ex capitano della fanteria reale spagnola, che chiamò la popolazione alle armi contro i nobili. Fu catturato e fucilato il 7 febbraio 1648.
Stessa estate, tre città, tre finali diversi. Lo stesso accadeva sull’altra costa, dove un altro uomo del Sud guidava la piazza contro le gabelle: Carlo Pisano, il Masaniello calabrese, che undici giorni dopo, il 26 luglio, avrebbe mosso Catanzaro.
Di Ribecco, a Bari, non è rimasta né una statua né una via conosciuta. È rimasta una data, il 15 luglio 1647, e un mestiere: il marinaio che per una settimana comandò la città e poi tornò in mare.





