Il 26 luglio 1647 la piazza di Catanzaro si riempie. La gente grida contro la gabella, il balzello che colpisce quello che si compra e si vende, e prende la direzione dell’ufficio dove si riscuote. In testa c’è un uomo che di mestiere faceva l’opposto del rivoltoso: Carlo Pisano, che la tradizione locale ricorda come il Masaniello calabrese.
Diciannove giorni prima era esplosa Napoli
Il 7 luglio 1647 Napoli era insorta dietro Tommaso Aniello d’Amalfi, il pescivendolo che tutti chiamano Masaniello. La miccia era stata una tassa nuova sulla frutta, l’ennesima di un sistema fiscale che il governo spagnolo scaricava sui più poveri. La capitale del Regno bruciò in poche ore e la notizia corse verso le province, dove il malcontento covava già da mesi.
In Calabria arrivò presto. Catanzaro era una città di seta e di mercanti, ma anche una città stanca: le ricostruzioni storiche parlano di una popolazione provata dalle difficoltà economiche e chiamata a sopportare l’ennesimo aumento della gabella. Bastava qualcuno che desse la spinta.
Chi era Carlo Pisano
Qui la storia si fa interessante, perché Carlo Pisano non era un popolano. Veniva da Simeri, oggi Simeri Crichi, in provincia di Catanzaro, e faceva l’aiutante del preside della Provincia: era cioè un uomo dell’amministrazione spagnola, uno che stava dalla parte di chi le tasse le imponeva. Le cronache raccontano che studiò a lungo l’umore della gente, con discorsi lunghi e ripetuti, prima di scoprirsi. Quando capì che la città era pronta, si mise davanti.
Il grido con cui trascinò la folla ci è arrivato in due versioni. La memoria locale tramanda «abbasso la gabella»; le cronache seicentesche scrivono «fora gabelle», che è la stessa cosa detta in dialetto. Nessuna delle due è più vera dell’altra: sono due modi in cui la stessa frase è passata di mano in mano per quattro secoli.

Le case degli arrendatori
La folla puntò dritta alla stazione della gabella della farina e la saccheggiò. Poi cercò gli arrendatori, cioè gli appaltatori che compravano dallo Stato il diritto di riscuotere l’imposta e ci guadagnavano sopra. Erano loro il vero bersaglio, più del viceré lontano.
Non li trovarono. Allora la rabbia si spostò sulle abitazioni, e qui i nomi ce li hanno lasciati le cronache: bruciarono le case di Carlo Serra, Paulo Gatto, Diego Figueroa e Vitaliano Migliolo. Altre case si salvarono, ma non per pietà: a difenderle arrivarono gruppi armati legati alle famiglie più influenti della città, che avevano tutto l’interesse a non far finire il fuoco troppo vicino.
Come finì la rivolta di Carlo Pisano
La risposta arrivò in fretta. Quando il preside della Provincia si rese conto che la sommossa non si era spenta da sola, ordinò l’impiccagione dei capi. Qualcuno riuscì a scappare da Catanzaro prima che lo prendessero.
E Pisano? Qui le versioni divergono, e vale la pena dirlo invece di sceglierne una. Il racconto più diffuso si ferma al 26 luglio e alle forche. Le ricostruzioni che hanno lavorato sulle fonti seicentesche vanno avanti e raccontano un finale diverso: Carlo Pisano non fu giustiziato. Il 25 marzo 1648 ci riprovò, stavolta con una patente del duca di Guisa, il nobile francese che aveva preso la guida di quel che restava della rivolta napoletana. Andò male. Colpito da Francesco Marincola, cadde da cavallo, e a tirarlo fuori vivo fu un certo Giuseppe Arcuri.
Il 6 aprile 1648 la flotta spagnola di Giovanni d’Austria chiuse definitivamente la partita. Con l’amnistia generale che seguì, Pisano tornò nella valle del Simeri ad amministrare i beni feudali dei Ravaschieri. L’uomo che aveva gridato «fora gabelle» finì a fare il gestore di un patrimonio nobiliare.
Carlo Pisano, il Masaniello calabrese
Il soprannome è arrivato dopo, e dice più di quanto sembri. Masaniello a Napoli durò dieci giorni e finì ammazzato dai suoi. La rivolta di Catanzaro durò molto meno e non cambiò niente: la gabella restò, gli arrendatori pure, e la città tornò al lavoro. Quando una rivoluzione perde, chi l’ha guidata sparisce dai libri. È successo a Masaniello, che Benedetto Croce liquidò come strumento inconsapevole nelle mani di altri, ed è successo in scala minore anche a Carlo Pisano.
Eppure quel 26 luglio racconta bene come funzionava il Regno di Napoli nel Seicento. Le tasse non le riscuoteva lo Stato: le vendeva a privati, che poi si rifacevano sui cittadini con gli interessi. Il popolo lo sapeva benissimo, ed è per questo che a bruciare non furono i palazzi del potere ma le case di quattro appaltatori con nome e cognome.
Dove si trova questa storia
Le fonti che raccontano la giornata sono seicentesche e vengono da chi c’era o quasi: le Memorie historiche della città di Catanzaro di Vincenzo D’Amato, stampate nel 1653, il Diario di Francesco Capecelatro sugli anni 1647-1650, e l’Istoria dei disturbi di Domenico Arena. Il Comune di Simeri Crichi lo ricorda ancora oggi nella pagina dedicata alla storia del paese, dove Carlo Pisano compare tra i personaggi che hanno lasciato un segno.
Fuori dalla Calabria, però, quella data non la conosce quasi nessuno. Catanzaro la ricorda per il morzello, per la seta, per i tre colli. Non per la mattina in cui la sua piazza si riempì di gente che urlava contro le tasse, guidata da un funzionario del preside che aveva deciso di cambiare parte.





