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Tarantismo, il morso della taranta nel Salento: perché l’unica cura era la musica

Tarantismo: la tavola di Athanasius Kircher del 1641 con la mappa della Puglia, lo spartito e i due ragni
Athanasius Kircher, tavola sul tarantismo pugliese, Magnes sive de arte magnetica, 1641. Immagine di pubblico dominio.

Il morso della taranta: un ragno, il veleno e un male che tornava

Nel Salento, per secoli, si è creduto che il morso di un ragno facesse ammalare insieme il corpo e l’anima. Il ragno si chiamava taranta. Chi veniva morso cadeva a terra, smetteva di rispondere, restava per giorni in uno stato che nessun medico del posto sapeva nominare: braccia molli, sguardo fisso, un’inquietudine che poi tornava puntuale l’estate dopo. Nessuna medicina funzionava. Funzionava la musica.

Questo è il tarantismo: un rito che teneva insieme medicina popolare, fede e possessione, e che in Salento è durato fino a ieri. Non un ballo di paese e non una leggenda per turisti.

Su quale fosse il ragno colpevole non si è mai andati d’accordo. Il nome se lo è preso la tarantola, la Lycosa tarantula, che è grossa, pelosa e fa la sua impressione: il morso, però, è quasi innocuo. Il ragno davvero pericoloso della macchia mediterranea è un altro, la malmignatta — Latrodectus tredecimguttatus, tredici macchie rosse sul dorso — che morde quasi senza farsi sentire e poi avvelena sul serio. Fra i due, gli studiosi propendono per la seconda. Ma un legame dimostrato fra un morso e le crisi delle tarantate non è mai stato trovato, e questo è il punto da cui parte tutto il resto.

Le tarantate: donne, campagne e il ritorno di giugno

Il tarantismo colpiva quasi sempre donne, e quasi sempre povere. Braccianti, tabacchine, contadine che passavano le giornate piegate nei campi, dove un ragno lo incontri davvero. Il male arrivava d’estate, in piena mietitura, e da lì in poi si ripresentava ogni anno nello stesso periodo. Chi ne era colpito veniva chiamata «tarantata», e la parola diceva insieme la causa e la condizione.

Poi c’era il resto, che il morso da solo non spiega: matrimoni imposti, lutti mai elaborati, amori finiti male, una vita senza uno spazio in cui dire di no. Il rito era l’unico momento in cui una donna del Salento contadino poteva urlare, rotolarsi per terra, rifiutare il cibo e farsi guardare da tutto il paese senza che nessuno la giudicasse. Era malata, quindi era autorizzata.

La cura del tarantismo: tamburello, violino e nastri colorati

La terapia arrivava in casa. I musicisti si sedevano intorno al letto — tamburello, violino, organetto, chitarra battente — e cominciavano a suonare. La donna restava immobile finché non partiva il ritmo giusto: a quel punto si alzava e ballava, per ore, a volte per giorni interi, con pause brevissime, fino a crollare. Quello sfinimento era la guarigione.

Il repertorio non era uno solo. Ogni taranta aveva il suo carattere e la sua musica, e i suonatori provavano un motivo dopo l’altro finché il corpo della tarantata non reagiva. Intorno stendevano a terra nastri, fazzoletti e stoffe di colori diversi — le zacareddhe — per capire quale colore la richiamasse: da lì si stabiliva di che ragno si trattava e come andava trattato. Uno dei musicisti-terapeuti più noti del Novecento salentino, Luigi Stifani, di mestiere faceva il barbiere a Nardò, e per anni ha diretto quelle orchestre di casa.

Galatina e la cappella di San Paolo: il pozzo e il 29 giugno

La parte pubblica del tarantismo finiva a Galatina, in provincia di Lecce, il 29 giugno, giorno dei santi Pietro e Paolo. San Paolo era il protettore dai morsi degli animali velenosi, e nella sua cappella le tarantate arrivavano da tutto il Salento per chiudere il ciclo. Dietro l’edificio c’era il pozzo: si beveva l’acqua a grandi sorsate e, durante la crisi, la si rimetteva nel pozzo stesso. Il veleno usciva così, davanti a tutti.

La cappella, settecentesca, esiste ancora. Il pozzo è stato chiuso, ma ogni anno il 29 giugno a Galatina la storia viene ancora raccontata, e non solo ai turisti.

Il tarantismo nel 1641: la mappa di Kircher e l’aria per il ragno

Non è una faccenda di ieri. Nel 1641 il gesuita Athanasius Kircher, in un’opera sul magnetismo, dedica alla questione una tavola incisa che è un piccolo documento in sé: in alto lo spartito dell’Antidotum tarantulae, cioè la melodia da suonare al morso; al centro la mappa della Puglia con Bari, Taranto, Lecce, Otranto, Gallipoli, Conversano, Martina; sotto due ragni disegnati fronte e retro, con la scritta Tarantulae sive Phalangii Apuli vera effigies.

Sul cartiglio in basso corre la frase che riassume tutto: Musica sola mei superest medicina veneni. La musica è l’unica medicina che resta contro il mio veleno. È un medico d’Europa del Seicento che mette per iscritto, come dato clinico, quello che nel Salento si sapeva da sempre.

De Martino a Galatina: il tarantismo come fatto sociale, non come folklore

La svolta arriva nel giugno del 1959. Ernesto de Martino, storico delle religioni, porta a Galatina una squadra fatta apposta per non fermarsi al pittoresco: l’etnomusicologo Diego Carpitella, lo psichiatra Giovanni Jervis, la psicologa Letizia Comba, le antropologhe Amalia Signorelli e Annabella Rossi, l’assistente sociale Vittoria De Palma e il fotografo Franco Pinna. La ricerca tocca anche Nardò e Muro Leccese.

La domanda era secca: è una malattia o è un rito. La risposta che de Martino porta a casa è la seconda. Il tarantismo non è una patologia da curare né una superstizione da compatire: è un modo che una società povera si è costruita per dare forma e nome a una sofferenza che altrimenti non aveva posto. Due anni dopo esce La terra del rimorso, che è ancora oggi il libro da cui si parte. Le registrazioni di Carpitella e le fotografie di Pinna restano il documento più diretto di quel mondo.

Dalla taranta alla pizzica: cosa resta del tarantismo oggi

Poi il Salento cambia. Arrivano le macchine in agricoltura, i diserbanti, il lavoro in fabbrica al Nord: la campagna che teneva in piedi il rito si svuota. Il tarantismo diventa una cosa di cui vergognarsi e si spegne in vent’anni. Nel giugno del 1981 a Galatina restavano tre tarantate, circondate da giornalisti e telecamere.

La musica, invece, non si è spenta. Quel ritmo che serviva a far ballare le tarantate è la pizzica, e dal 1998 ha il suo appuntamento nella Notte della Taranta, nata per iniziativa dei Comuni della Grecìa Salentina e dell’Istituto Diego Carpitella. Il concertone finale si tiene a Melpignano: l’edizione numero ventinove si è chiusa il 22 agosto 2026, diretta da Ermal Meta, con un tema — le vie del Mediterraneo — che a un rito di guarigione contadino non c’entra più niente. È il prezzo del successo. Ma il filo è quello: nella piazza di Melpignano si balla per ore su un ritmo che qualcuno aveva inventato per guarire.

Del tarantismo come lo hanno visto de Martino e Pinna oggi restano un libro, delle registrazioni, una cappella e un pozzo chiuso. Della sua musica resta un festival che riempie una piazza. Sono due eredità diverse, e conviene non confonderle: la prima racconta la fatica di un pezzo di Sud, la seconda è quello che quel Sud ha deciso di farne. Il calendario e il programma delle serate sono sul sito della Fondazione La Notte della Taranta.

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