Santa Claus ha un indirizzo. Nicola, il vescovo di Myra che tutto il mondo chiama Babbo Natale, riposa a Bari dal 1087. Sotto il pavimento di una cripta, nel cuore della città vecchia, a pochi passi dal mare.
Chi era Nicola prima delle renne
Un vescovo del IV secolo, a Myra, sulla costa dell’attuale Turchia. Di lui si racconta soprattutto una cosa: dava via tutto. Ai poveri, ai marinai, ai bambini. Per questo diventa il loro protettore, molto prima che qualcuno pensasse a una slitta.
Le tre borse d’oro e la prima calza appesa
La storia più famosa è quella delle tre ragazze senza dote. Nicola entra di notte, lascia tre borse d’oro e se ne va. Nessun nome, nessun ringraziamento.
Da lì nasce l’abitudine europea di lasciare noci, mele e dolcetti nelle scarpe messe accanto al camino, la notte tra il 5 e il 6 dicembre. La calza appesa è quella stessa scena, arrivata fino a noi.
Il viaggio dei sessantadue marinai baresi
Nel 1087 sessantadue marinai di Bari salparono verso Myra e tornarono con le reliquie del santo. Partirono con tre navi degli armatori Dottula, e a bordo c’erano anche due preti, Lupo e Grimoldo. Approdarono il 9 maggio, e la città li aspettava sulla banchina.
Il corpo venne consegnato a Elia, abate benedettino di San Benedetto. Due anni dopo, nel 1089, le ossa finirono dove stanno ancora oggi: sotto l’altare della cripta, sistemate lì davanti a papa Urbano II in persona.
Una basilica costruita apposta per Nicola
La Basilica di San Nicola non è una chiesa che ospita un santo. È un edificio tirato su attorno a un corpo, tra il 1087 e il 1100, in pieno romanico pugliese.
Dalla tomba si raccoglie ogni anno un liquido trasparente che i baresi chiamano manna: viene distribuito ai fedeli in fiale e ampolle, e c’è chi se lo porta a casa dall’altra parte del mondo. Il 9 maggio e il 6 dicembre la città si riempie di pellegrini, molti arrivano dall’Est: per gli ortodossi Nicola è tra i santi più amati che ci siano. La città vecchia è fatta così, di storie sbarcate dal mare: anche i tappeti armeni dei Timurian ne sono un capitolo.
Da Nicola a Sinterklaas, da Sinterklaas a Santa Claus
Il nome cambia in Olanda, dove San Nicola diventa Sinterklaas. Gli olandesi se lo portano dietro quando fondano Nuova Amsterdam, la città che oggi si chiama New York.
Nel 1804 John Pintard lo propone come patrono della New-York Historical Society. Nel 1809 Washington Irving lo infila in un libro. E Sinterklaas, in bocca agli americani, diventa Santa Claus.
Renne e camino arrivano nell’Ottocento
1821: un libretto per bambini, The Children’s Friend, mostra un “Sante Claus” che scende dal nord su una slitta tirata dalle renne.
1823: esce la poesia A Visit from St. Nicholas, attribuita a Clement Clarke Moore. Otto renne, coi nomi. Il camino. Il vecchietto panciuto e allegro. Il Babbo Natale che conosciamo nasce lì, in versi.
Il vestito rosso non l’ha inventato la Coca-Cola
È la diceria più dura a morire. Thomas Nast disegnava Babbo Natale col cappotto rosso bordato di pelliccia sulle pagine di Harper’s Weekly già a metà Ottocento.
Quando nel 1931 la Coca-Cola affida le sue campagne di Natale a Haddon Sundblom, quel vestito girava da settant’anni. Sundblom non lo inventa: lo rende universale, un dicembre dopo l’altro, per trentacinque anni.
Nicola, però, non si è mai mosso
Ogni renna, ogni camino, ogni calza appesa parte da lui. Da un vescovo che regalava le doti di nascosto e da sessantadue marinai che nel 1087 se lo riportarono a casa.
A dicembre milioni di bambini scriveranno al Polo Nord. L’indirizzo giusto, però, è un altro: Largo Abate Elia 13, Bari.





