Cappello nero, abito scuro, scarpe buone in mezzo alla terra. Un rabbino cammina fra i filari coperti dalle reti verdi, prende un frutto ancora attaccato al ramo e lo gira fra le dita. Non lo assaggia e non lo annusa: lo guarda. Sta cercando il cedro di Calabria perfetto. Siamo sull’alto Tirreno cosentino, e quella scena si ripete ogni estate da settant’anni.
Perché i rabbini vengono a cercare il cedro di Calabria
Per la festa ebraica di Sukkot, la festa delle capanne, servono quattro specie vegetali. Una è l’etrog, il cedro: in ebraico i testi lo chiamano perì ‘etz hadar, il frutto dell’albero più bello. E secondo le comunità ebraiche di mezzo mondo l’albero più bello sta qui, in provincia di Cosenza.
Ogni anno, tra luglio e settembre, arrivano rabbini da Israele, Stati Uniti, Russia, Francia, Inghilterra, Olanda e da tutta Italia. Scendono nei cedreti e scelgono i frutti uno per uno. Nei giorni di punta, all’inizio di settembre, nei campi se ne contano un centinaio. A coordinare il lavoro è rav Menachem Lazar, che ha preso il posto del padre Moshe: fu lui, negli anni Cinquanta, a riportare qui la selezione.
Come dev’essere il cedro perfetto
Le regole con cui si sceglie il cedro di Calabria sono precise e non ammettono sconti. Il frutto deve avere forma conica e il peduncolo intero. Buccia liscia, lucida, senza rughe, senza macchie, senza fori che lo attraversino. Niente marciume, nemmeno un punto.
E l’albero conta quanto il frutto: deve avere almeno quattro anni e non essere stato innestato. Il peso più richiesto sta intorno agli 80 grammi, ma ci sono richieste che arrivano fino a 250. Su mille frutti raccolti, quelli che passano l’esame sono pochissimi.
C’è una frase che i cedricoltori ripetono da generazioni e che spiega il mestiere meglio di qualsiasi manuale: “una pianta produce tanto quanto il contadino la guarda”.
Ottanta chilometri e ventun comuni
La Riviera dei Cedri corre per circa 80 chilometri lungo il Tirreno cosentino e mette insieme ventun comuni. Il centro di tutto è Santa Maria del Cedro, cinquemila abitanti, dove esiste perfino un museo dedicato al frutto. Poco più a sud c’è Scalea, e subito dopo Diamante, che al cedro liscio ha dato il nome: cedro liscio di Diamante, chiamato così, dicono qui, per la lucentezza della buccia.
Il microclima di questa fascia di costa è l’unico posto in Italia dove il cedro di Calabria dà frutti con quelle caratteristiche. Fuori di qui il cedro cresce, ma non viene uguale.

Quanto vale il cedro di Calabria
Il Consorzio del Cedro di Calabria, presieduto da Angelo Adduci, dichiara circa 300 produttori associati e quasi un chilometro quadrato di piante. La produzione arriva a 20.000 quintali l’anno, ma nel 2024 si è fermata a 12.000 per il caldo eccessivo dell’estate. Il giro d’affari sfiora i 5 milioni di euro, e metà arriva dalle comunità ebraiche.
Un cedro selezionato per il rito viene pagato tra i 10 e i 15 euro, a seconda degli accordi tra rabbini e coltivatori; qualche fonte più vecchia parla di 15-20 euro, e sul numero dei produttori associati si trovano cifre diverse a seconda dell’anno di rilevazione, da 75 a 300. Quello che non cambia è il salto del prezzo all’ingrosso: da 60 a 200 euro al quintale.
Per capire quanto si sia ristretta questa agricoltura basta guardare indietro. Negli anni Trenta i cedri in Calabria occupavano 400 ettari e producevano 85.000 quintali. Oggi la superficie coltivata è una frazione di allora.
Il cedro di Calabria e gli ebrei, duemila anni insieme
Il legame non nasce nel dopoguerra. Le ricostruzioni storiche fanno risalire l’arrivo della pianta alle comunità ebraiche ellenizzate che si stabilirono sulle coste calabresi tra il III e il II secolo prima dell’era volgare. Da allora il filo non si è mai spezzato, nemmeno quando gli ebrei furono cacciati dal Sud Italia alla fine del Quattrocento.
A Santa Maria del Cedro c’è ancora la contrada che tutti chiamano la collina degli ebrei. E ogni estate, quando arrivano i rabbini, i paesi della costa si riorganizzano: alloggi, cucina kosher, sinagoghe improvvisate nelle sale comunali.
Quest’anno la festa cade a fine settembre
Sukkot 5787 comincia sabato 26 settembre 2026 e si chiude il 3 ottobre: è il conto alla rovescia del cedro di Calabria. Vuol dire che i cedri scelti in questi giorni sulla Riviera dei Cedri stanno per partire: finiranno nelle mani di famiglie a Gerusalemme, a New York, a Mosca, a Parigi, che li terranno per otto giorni e poi li restituiranno alla terra.
In Calabria, intanto, il cedro resta quello di sempre: un frutto che quasi nessuno mangia crudo, come tanti sapori calabresi che vivono di lavorazione, che finisce candito, in liquore, nelle marmellate e nei cosmetici. Ma per otto giorni all’anno, da qualche parte nel mondo, uno di quei frutti raccolti a Santa Maria del Cedro sta al centro di una preghiera.





