Le regioni, raccontate da chi ci vive
Testata giornalistica registrata · Tribunale di Napoli n. 25/2022

L’abbazia di San Nicola di Casole a Otranto: la biblioteca greca più importante del Sud e la fine del 1480

Le rovine dell'abbazia di Casole a Otranto
I ruderi dell'abbazia di San Nicola di Casole, alle porte di Otranto

Casole, l’abbazia che i normanni affidarono ai monaci greci

A pochi chilometri da Otranto, lungo la strada che scende verso la costa, restano i ruderi di quella che per quattro secoli è stata la più importante fabbrica di libri del Mezzogiorno. Si chiamava abbazia di San Nicola di Casole. La tradizione ne attribuisce la fondazione a Boemondo I d’Altavilla, principe di Antiochia e di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo: le date che si leggono sono il 1098 per alcune fonti, il 1099 per altre. Gli scavi hanno però trovato tracce di frequentazione del sito già fra l’VIII e il IX secolo, quindi il monastero nasce dove qualcosa c’era già.

Boemondo donò le terre e i mezzi a una comunità di monaci italo-greci, i basiliani: monaci di rito bizantino, che pregavano e scrivevano in greco. È il dettaglio che spiega tutto il resto. Il Salento, all’epoca, non era una periferia dell’Occidente latino: era il bordo del mondo greco, e Casole ne fu il centro di studi.

Lo scriptorium: i codici greci e latini copiati a mano, uno per uno

Nel monastero funzionava uno scriptorium, cioè la sala dove i monaci ricopiavano i testi. Non era un lavoro di conservazione passiva. Ogni copia era un salvataggio: un codice che non veniva ricopiato spariva, e basta. Fra l’XI e il XIII secolo a Casole passarono opere di filosofia e teologia greca e testi di autori latini, e da lì uscirono manoscritti che oggi stanno nelle grandi biblioteche europee.

Accanto allo scriptorium c’erano una scuola di pittura e una di miniatura. Il monastero non copiava soltanto: formava chi avrebbe copiato e decorato dopo.

La biblioteca di Casole: quanto era grande davvero

Qui conviene distinguere fra quello che è documentato e quello che si ripete. Che la biblioteca di Casole fosse la più importante e famosa dell’Italia meridionale lo dicono le ricostruzioni storiche in modo concorde. Che fosse anche una delle più ricche d’Europa è una formula frequente nelle fonti locali e nella divulgazione, ma non poggia su un inventario: l’elenco completo dei volumi non ci è arrivato. Il patrimonio si ricostruisce a ritroso, dai codici sopravvissuti e dai riferimenti indiretti.

Un documento però esiste ed è arrivato fino a noi: il Typikon casulano, la raccolta delle regole del monastero, trascritto nel 1173. Oggi si conserva alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, catalogato come Codex Taurinensis Graecus 216. È da lì che sappiamo come si viveva dentro Casole.

La casa degli studenti: vitto, alloggio e libri a chi voleva studiare

È il punto che ha fatto parlare di una delle prime forme di università aperta dell’Occidente. Il monastero aveva una foresteria per gli studiosi di passaggio: chi arrivava a piedi per studiare trovava dove dormire, da mangiare e i libri da leggere, senza pagare. Secondo la ricostruzione che circola negli studi locali, la struttura sarebbe stata avviata intorno al 1160 dall’igumeno Niceta, e sarebbe la prima «casa dello studente» del mondo occidentale.

Il primato va preso per quello che è: un’attribuzione, non un fatto certificato. Quello che il typikon documenta senza dubbi è la sostanza, e la sostanza è già notevole per il XII secolo: un servizio di biblioteca aperto a chi voleva imparare le lettere classiche, con l’insegnamento e l’ospitalità compresi.

Il circolo dei poeti: Nettario, Giorgio di Gallipoli e Giovanni Grasso

Attorno all’abate Nicola di Otranto, che come religioso prese il nome di Nettario, si formò un circolo di poeti che scrivevano in greco. Ne facevano parte Giorgio di Gallipoli e Giovanni Grasso. Si trattava di argomenti religiosi e di argomenti profani, in una lingua che nel Salento di allora era ancora lingua d’uso e non materia da eruditi.

Nettario conosceva il greco, il latino e l’ebraico. Fu maestro nel monastero prima di diventarne abate, e la sua figura è il motivo per cui Casole non fu solo un luogo dove si copiava: fu un luogo dove si scriveva roba nuova. Se cercate un antenato lontano di quella grecità pugliese, la poesia greca del Sud ha radici molto più antiche di quelle medievali.

Pantaleone e il mosaico della cattedrale: perché si pensa a Casole

Il pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto, con il suo albero della vita, fu realizzato fra il 1163 e il 1165 su incarico dell’arcivescovo Gionata. L’autore si firma nelle iscrizioni come Pantaleonis presbiteri: il prete Pantaleone. Che si fosse formato a Casole è l’ipotesi più seguita, ma resta un’ipotesi, e vale la pena sapere su cosa si regge.

Si regge su due elementi. Il primo: le figure di animali del mosaico corrispondono alle descrizioni del Physiologus, il bestiario di origine egiziana del IV secolo che circolava nei monasteri basiliani. Il secondo: nel XII secolo l’unico posto della zona dove quel libro poteva stare era la biblioteca di Casole. Chi ha disegnato quel pavimento aveva letto testi che si trovavano lì.

Leggi anche: Barocco leccese, perché le facciate di Lecce sembrano ricamate: il segreto è nella pietra

Il 1480: cosa successe a Casole dopo l’assedio di Otranto

Nell’estate del 1480 la flotta ottomana attaccò Otranto. È la data che chiude la storia dell’abbazia, e sul come le fonti non dicono la stessa cosa. La versione più diffusa parla di saccheggio e distruzione del monastero da parte dei turchi. La ricostruzione più prudente, quella delle voci enciclopediche, dice che il sito fu occupato ma non raso al suolo, e che furono l’abbandono e la dispersione seguiti all’occupazione a finire il lavoro.

Cambia la dinamica, non l’esito. Casole come istituzione non si riprese più, e la sua biblioteca smise di esistere come biblioteca. Oggi del complesso restano rovine in mezzo alla campagna, a pochi chilometri dal centro di Otranto.

Dove sono finiti i codici: Torino, Roma, Venezia, Parigi

Pochi libri sono sopravvissuti a quell’anno, e quei pochi si sono sparsi. Oggi si trovano alla Biblioteca Vaticana, alla Medicea Laurenziana di Firenze, alla Marciana di Venezia, alla Nazionale di Torino, e poi a Parigi, Madrid, Londra, Berlino. Il patrimonio di Casole non esiste più come insieme: esiste come frammenti in mezza Europa, e senza il nome di Casole scritto sopra a segnalarli.

Una parte di quei codici era uscita prima del 1480. Il cardinale Giovanni Bessarione ne aveva prelevati diversi e portati a Venezia, dove sarebbero diventati il nucleo di fondazione della Biblioteca Marciana. Grazie a quel trasferimento si sono salvati testi come i Posthomerica di Quinto Smirneo e il Ratto di Elena di Colluto, che l’assedio avrebbe cancellato.

Sul giudizio da dare a quell’operazione gli studiosi litigano da secoli. Per alcuni Bessarione è il benefattore che ha salvato il salvabile pochi anni prima della catastrofe. Per altri, a partire da Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae, è semplicemente uno che si è portato via i libri di casa d’altri. Il typikon, quello arrivato a Torino, fu messo in salvo anche grazie all’umanista salentino Sergio Stiso.

In breve

— Sito: abbazia di San Nicola di Casole, a pochi chilometri da Otranto (Lecce)
— Fondazione: 1098 secondo la tradizione, 1099 per altre fonti; fondatore Boemondo I d’Altavilla
— Monaci: italo-greci di rito bizantino (basiliani)
— Massimo splendore: fra XI e XIII secolo
— Documento superstite: Typikon casulano, trascritto nel 1173, oggi a Torino (Codex Taurinensis Graecus 216)
— Circolo poetico: abate Nicola di Otranto detto Nettario, Giorgio di Gallipoli, Giovanni Grasso
— Mosaico di Otranto: 1163-1165, di Pantaleone, su incarico dell’arcivescovo Gionata
— Fine: 1480, assedio ottomano di Otranto
— Codici oggi: Vaticana, Laurenziana, Marciana, Torino, Parigi, Madrid, Londra, Berlino
— Oggi: ruderi in campagna, visitabili dall’esterno

Fonti: Monastero di San Nicola di Casole, voce enciclopedica; Fondazione Terra d’Otranto; Chiriatti M., «Lo scriptorium di San Nicola di Casole e il suo typikon (Codex Taurinensis Graecus 216)», Hortus Artium Medievalium 23/2017; Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino; Ministero della Cultura.

Da leggere ancora in questa edizione

Hai un'attività in questa regione?

Raccontala ai lettori dell'edizione. Paghi solo dopo la nostra approvazione.

Promuoviti con noi