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Barocco leccese, perché le facciate di Lecce sembrano ricamate: il segreto è nella pietra

Barocco leccese: dettagli scolpiti nella pietra di Lecce

La pietra da cui nasce il barocco: una calcarenite che si lavora come il legno

Il barocco leccese comincia in una cava. La pietra di Lecce è una calcarenite del Miocene: si è formata tra 23 e 5 milioni di anni fa, quando il Salento stava sotto il mare, e i sedimenti si sono compattati strato su strato. Dentro ci sono ancora i microfossili.

Appena estratta è tenera. Si incide con gli attrezzi a mano, si lavora al tornio, si modella quasi come il legno: il merito è della componente argillosa, che le dà una duttilità che il marmo non ha. Poi, all’aria, indurisce.

È tutto lì il segreto delle facciate che sembrano ricamate. Un intaglio che altrove costava settimane, qui si chiudeva in giorni. Anche il colore è della pietra e non dell’intonaco: appena cavata va dal bianco al giallo paglierino, poi con la consolidazione prende quel tono ambrato che al tramonto vira sul miele.

Perché il barocco nasce a Lecce nel Seicento: pace, ordini religiosi e famiglie nobili

La data che gli storici dell’arte indicano come punto di partenza è il 1571. Con la battaglia di Lepanto la minaccia delle incursioni turche sulle coste salentine si allontana, e una città che per decenni aveva investito in mura e torri può spendere in facciate.

Il resto lo fanno tre spinte che arrivano insieme. La Puglia è sotto la corona spagnola, che porta il gusto del plateresco: superfici piene, ornamento come linguaggio, eccesso come dichiarazione di potenza. Gli ordini religiosi della Controriforma — celestini, gesuiti, teatini — si insediano in città e costruiscono: una chiesa coperta di simboli è un libro illustrato per chi non sa leggere. E le famiglie nobili vogliono lasciare il segno sulle strade dove abitano.

Il barocco leccese esplode nella seconda metà del Seicento e va avanti per buona parte del Settecento.

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Facciata piatta e intaglio fitto: cosa distingue il barocco leccese da quello romano

A Roma il barocco lavora sui volumi. La facciata si incurva, avanza, rientra, gioca con la luce che scivola sulle superfici mosse.

A Lecce no. La facciata resta piatta e tutto il lavoro si sposta sull’intaglio, che occupa ogni centimetro disponibile. Angeli, fiori, frutta, animali, cariatidi, stemmi. Non è una scelta di gusto soltanto: è la pietra che lo permette, perché regge il sottosquadro e il dettaglio minuto senza sbriciolarsi. Dove il materiale è più duro, quel tipo di decorazione non si fa. È la ragione per cui il barocco di Lecce si riconosce a colpo d’occhio anche da una fotografia.

Santa Croce: un cantiere lungo un secolo e mezzo e quattro architetti in fila

Il simbolo di tutto questo è la basilica di Santa Croce. La prima pietra è del 1549. La facciata la finiscono uomini che non erano ancora nati quando il cantiere è stato aperto.

Gabriele Riccardi imposta l’impianto generale, progetta l’interno a tre navate e nel 1582 chiude l’ordine inferiore della facciata, quello ancora sobrio, di stampo classico; la cupola arriva nel 1590. Dal 1606 subentra Francesco Antonio Zimbalo, che realizza i tre portali. Cesare Penna costruisce l’ordine superiore e il rosone, datato 1646 dai cartigli col «16» e il «46» ai due lati. In cima il fastigio è firmato da Giuseppe Zimbalo, figlio di Francesco Antonio e detto lo Zingarello, che porta la chiesa al completamento verso la fine del Seicento.

Sulle date finali le fonti non vanno d’accordo: c’è chi ferma il cantiere al 1646, l’anno del rosone, e chi lo porta al 1695, quando si chiude la parte alta.

Poi c’è un dettaglio che quasi nessuno nota. Tra le foglie d’acanto appena fuori dal rosone, alle ore nove del quadrante, c’è un volto scolpito. È un autoritratto, e su chi sia non c’è accordo: la lettura più diffusa dice Antonio Zimbalo, una tradizione leccese lo attribuisce a Cesare Penna e al suo naso imperioso. Certezze, nessuna.

Gli scalpellini: un mestiere di bottega che passava di padre in figlio

Gli Zimbalo sono tre generazioni sullo stesso mestiere: Francesco Antonio, il figlio Giuseppe, e prima di loro il nonno. Il soprannome Zingarello nasce proprio da lì, dal dialettale Zimbarieddu, «il piccolo Zimbalo», per distinguerlo dagli altri due.

Funzionava così in tutte le botteghe. Il disegno stava nella testa del maestro e nelle mani di chi lo aveva visto lavorare per vent’anni, non su una tavola d’archivio. Per questo il barocco leccese ha una coerenza che nessuno ha mai imposto dall’alto: lo ha fatto sempre lo stesso giro di famiglie, con la stessa pietra, presa dalle stesse cave.

La Firenze del rococò: il barocco di Lecce visto da Gregorovius nel 1875

Il paragone che i leccesi si sentono ripetere da un secolo e mezzo non è nato in Salento. Lo scrive uno storico tedesco, Ferdinand Gregorovius, che tra il 1874 e il 1875 gira la Puglia sulle tracce dei monumenti svevi. Nel maggio del 1875 arriva a Lecce e annota che la città «può essere chiamata la Firenze dell’età del rococò». Gli appunti escono a Lipsia nel 1877 e arrivano in italiano nel 1882, tradotti da Raffaele Mariano col titolo Nelle Puglie.

Da lì in poi «Firenze del Sud» è finita su ogni depliant. Ai leccesi, per la verità, il confronto non fa impazzire: rivendicano che il loro barocco non ha bisogno di somigliare a nient’altro, perché non somiglia a nient’altro davvero.

Cosa guardare a Lecce: piazza del Duomo, i propilei e i balconi

Piazza del Duomo è un caso raro in Italia: una piazza chiusa, con un solo accesso, delimitata sugli altri lati dal campanile, dalla cattedrale, dall’Episcopio e dal Seminario. Fino al Settecento l’ingresso a nord era sbarrato da un muro con un portale, che di notte veniva chiuso. Nel 1761 il vescovo Alfonso Sozy Carafa incarica l’architetto Emanuele Manieri, che lo abbatte e costruisce i propilei: l’accesso monumentale con le statue in pietra leccese che stanno lì come guardiani.

Poi c’è il barocco che non sta sulle guide. I balconi retti da mensole scolpite, i portali dei palazzi nelle strade laterali, le chiavi di volta con le facce. Alza gli occhi: c’è sempre un dettaglio che non avevi notato.

In breve

— Materiale: pietra leccese, calcarenite del Miocene (23-5 milioni di anni fa), tenera appena estratta, indurisce all’aria
— Periodo: dal 1571 (dopo Lepanto), apice nella seconda metà del Seicento, prosecuzione per gran parte del Settecento
— Tratto distintivo: facciata piana e decorazione fittissima, al posto dei volumi curvi del barocco romano
— Monumento simbolo: basilica di Santa Croce, prima pietra nel 1549, ordine inferiore nel 1582, cupola nel 1590, rosone nel 1646, parte alta chiusa entro fine Seicento
— Architetti: Gabriele Riccardi, Francesco Antonio Zimbalo, Cesare Penna, Giuseppe Zimbalo detto lo Zingarello
— Il paragone con Firenze: Ferdinand Gregorovius, maggio 1875
— Da vedere: piazza del Duomo, propilei di Emanuele Manieri (1761)

Fonti: Basilica di Santa Croce di Lecce; Comune di Lecce; Ferdinand Gregorovius, Nelle Puglie (Lipsia 1877, edizione italiana 1882).

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