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Griko, la lingua greca che nel Salento parlano ancora i nonni

Griko, la lingua greca della Grecìa Salentina

In alcuni paesi del Salento i nonni non parlano dialetto. Parlano greco. La lingua si chiama griko. Chi la sente per la prima volta pensa a uno scherzo: suona come roba arrivata dall’altra sponda del mare, e invece esce dalla bocca di un contadino di Sternatia che in Grecia non ci è mai stato.

Che cos’è il griko

Si parla in un pugno di paesi del Salento interno, a una ventina di chilometri da Lecce. E non è un dialetto italiano con dentro qualche parola strana. La grammatica è greca. Il lessico pure. Chi conosce il greco di oggi, ascoltando, capisce parecchio.

Kalimera vuol dire buongiorno. Kalinifta buonanotte. Agapi è l’amore, e torna in quasi tutti i canti della tradizione.

Chi arriva a Calimera trova il nome del paese scritto sul cartello e capisce da solo: è la stessa parola.

I nove comuni della Grecìa Salentina

I paesi storicamente grecofoni sono nove. Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino.

Qui il griko è passato di padre in figlio fino al Novecento. Poi c’è l’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina, che però è un’altra cosa: è un ente amministrativo, e fra il 2005 e il 2007 ci sono entrati anche Carpignano Salentino, Cutrofiano e Sogliano Cavour. Che una tradizione grica non ce l’hanno. In tutto fanno circa 60.000 abitanti.

La distinzione conta, perché il numero degli abitanti e il numero di chi parla la lingua sono due cose diverse, e molto lontane tra loro.

Da dove viene il griko: due teorie in duemila anni

Su questo punto gli studiosi litigano da più di un secolo, e vale la pena saperlo perché è la prima cosa che salta fuori quando si parla di griko.

La prima tesi è quella del linguista tedesco Gerhard Rohlfs: il griko sarebbe l’erede diretto del greco portato in Salento dai coloni della Magna Grecia, sopravvissuto sotto Roma e mai spento del tutto nei secoli. È la versione più suggestiva ed è quella che si racconta comunemente.

La seconda, sostenuta da Giuseppe Morosi e poi da Oronzo Parlangèli, fa risalire il griko a un’epoca molto più tarda: le migrazioni di greci verso il Salento durante la dominazione bizantina, tra l’VIII e il X secolo, spinte dalle persecuzioni iconoclaste e dalle campagne militari dell’imperatore Basilio I.

Nessuna delle due è stata dimostrata in modo definitivo, e molti linguisti oggi tengono insieme le due cose: un fondo antico rimasto vivo, rinforzato poi dall’arrivo bizantino. Che il Salento sia stato greco a lungo, del resto, lo dice anche l’abbazia di San Nicola di Casole a Otranto, che ospitò la biblioteca greca più importante del Mezzogiorno fino al 1480.

I canti, le ninne nanne e i lamenti funebri

Il griko non ha avuto per secoli una letteratura scritta. È stato tramandato con la voce, e questo spiega perché quasi tutto quello che ne resta sono canzoni.

Ci sono i canti d’amore e quelli religiosi. Ci sono le ninne nanne. E ci sono i moroloja, i lamenti funebri che le donne cantavano davanti al morto, una pratica che in Grecia esiste con lo stesso nome.

Chi ha raccolto e salvato buona parte di questo materiale è Vito Domenico Palumbo, nato a Calimera nel 1854 e morto nel 1918: studioso, poeta, il nome che in Grecìa Salentina si nomina per primo.

Kalinifta, la canzone che chiude la Notte della Taranta

Il testo più famoso in griko lo scrisse proprio Palumbo, ed è Kalinifta: una serenata in cui un innamorato canta sotto la finestra della donna che ama e le augura la buonanotte.

È diventata l’inno non ufficiale di tutta la Grecìa. L’hanno incisa decine di gruppi di musica popolare salentina, in versioni che vanno dal folk al jazz.

E c’è un dettaglio che dice quanto la lingua sia ancora viva almeno lì: per tradizione la Notte della Taranta si chiude con Kalinifta. Il concertone si tiene a Melpignano, che è uno dei nove comuni grichi. Ogni anno, davanti a decine di migliaia di persone, l’ultima cosa che si sente non è in italiano e non è in dialetto salentino.

Quanti lo parlano davvero oggi

Qui i numeri si fanno duri. I parlanti con una competenza piena sono quasi tutti anziani, e vivono soprattutto a Sternatia, Martignano, Calimera, Corigliano d’Otranto, Zollino e Martano.

Una conta esatta non esiste. Le stime più caute parlano di poche centinaia di persone che padroneggiano davvero la lingua; altre allargano a qualche migliaio contando anche chi la capisce senza parlarla.

La frattura è arrivata dopo la Seconda guerra mondiale, con l’emigrazione che ha svuotato i paesi e la televisione che è entrata nelle case. Due generazioni sono cresciute sentendo il griko parlare in casa dai nonni e rispondendo in italiano. Chi lo insegna ancora è quasi sempre molto anziano, come il professore grico di Maglie, 99 anni.

La legge che lo protegge e chi prova a insegnarlo

Dal 1999 il griko non è più solo una faccenda di famiglia. La legge 482 del 1999, che tutela le minoranze linguistiche storiche italiane, riconosce anche la minoranza di lingua greca del Salento: sono dodici le lingue protette da quella norma. Nella stessa lista c’è l’albanese, ed è il motivo per cui a Casalvecchio di Puglia, dall’altra parte della regione, si parla ancora arbëresh.

Da lì sono partiti i corsi nelle scuole, le pubblicazioni, i laboratori di lingua, teatro e poesia, i cartelli bilingui all’ingresso dei paesi. Le associazioni culturali della zona lavorano da decenni su questo, con risultati che nessuno si illude siano risolutivi.

Perché una lingua non si salva per legge. Si salva se qualcuno la usa. E finché a Melpignano, alla fine di una notte d’agosto, decine di migliaia di persone sentono cantare Kalinifta, duemila anni di storia continuano a respirare.

In breve

  • Che cos’è: il griko è la lingua di ceppo greco parlata nel Salento interno
  • Dove: nove comuni storicamente grecofoni — Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino
  • Unione dei Comuni: dodici comuni in tutto, circa 60.000 abitanti
  • Origine: contesa tra la tesi magnogreca (Rohlfs) e quella bizantina (Morosi, Parlangèli)
  • Parlanti: quasi tutti anziani, poche centinaia con competenza piena
  • Il canto simbolo: Kalinifta, testo di Vito Domenico Palumbo (Calimera, 1854-1918)
  • Tutela: legge 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche storiche
  • Dove si sente ancora: la Notte della Taranta di Melpignano si chiude con Kalinifta

Fonti: Unione dei Comuni della Grecìa Salentina; legge 15 dicembre 1999 n. 482; studi di Gerhard Rohlfs, Giuseppe Morosi e Oronzo Parlangèli; Fondazione La Notte della Taranta.

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