Per gli arbëreshë non era soltanto un cantante. Michele Baffa è stato una delle voci che hanno tenuto in vita una lingua arrivata nell’Italia meridionale oltre cinque secoli fa, quando le comunità albanesi in fuga dai turchi si fermarono sulle colline della Calabria e non se ne andarono più. A Santa Sofia d’Epiro, il paese in provincia di Cosenza dove viveva, lo ricordano così: un uomo che ha passato la vita a cantare quello che gli altri rischiavano di dimenticare.
Michele Baffa, gli inizi a sedici anni
Aveva cominciato presto. A sedici anni cantava già con un gruppo di Schiavonea, la marina di Corigliano, dove un amico più grande lo accompagnava il pomeriggio alle prove.
La musica in casa Baffa non era una novità. Suo fratello Totonno, scomparso negli anni scorsi, suonava la fisarmonica ed era stato studente del Collegio di Sant’Adriano di San Demetrio Corone, l’istituto italo-albanese che per due secoli ha formato la classe dirigente dell’Arberia.
La scuola, l’università, il libro sulla pandemia
Dopo il diploma di ragioniere si era laureato in Scienze economiche e sociali all’Università della Calabria. Poi la scuola, per tutta la vita, fino alla pensione.
Cantare non ha mai smesso di farlo. Il repertorio arbëresh da una parte, la canzone italiana dall’altra. Nel novembre del 2025 aveva presentato a Santa Sofia d’Epiro anche un libro sui mesi del Covid, quarantadue quadri in forma di diario.
Il Festival nato per salvare una lingua
Nel 1980 l’avvocato Giuseppe D’Amico ha un’idea: un festival delle canzoni in arbëresh, a San Demetrio Corone. Non era un’operazione folkloristica. Era il tentativo di portare su un palco una lingua che si parlava in cucina e in piazza, e che fuori da lì rischiava di sparire nel giro di una generazione.
Da quella prima edizione sono nate centinaia di canzoni nuove e si sono fatti conoscere decine di autori e giovani interpreti.
“Një kartë ka Xhermania”, la lettera dalla Germania
La prima edizione la vince “Një kartë ka Xhermania”, scritta da Adriano Solano e Ariosto Pagliaro. Il titolo significa “una lettera dalla Germania”: sono le parole di un emigrante che scrive al paese.
A cantarla è Michele Baffa. Quel brano non è rimasto nel 1980. È entrato nella discografia ufficiale arbëreshe e oggi lo conoscono nei paesi dell’Arberia, dalla Calabria alla Sicilia, fino ai borghi arbëresh della Puglia come Casalvecchio di Puglia.
Il commiato del Comitato del Festival
A ricordarlo è stato Adriano D’Amico, presidente del Comitato organizzatore e figlio del fondatore. Ha scritto che Michele Baffa aveva incarnato la manifestazione fin dall’inizio, e che chiunque parlasse del Festival o di musica arbëreshe finiva per pensare a lui.
Poi la frase che pesa più di tutte, e riguarda l’edizione di quest’anno, in programma l’8 agosto: il vuoto di quella sera, scrive D’Amico, sarà incolmabile.
“Rimarranno le tue canzoni, la tua voce straordinaria, la tua forza. Basterà chiudere gli occhi per vederti spuntare sul palco, tra il pubblico, nei camerini degli artisti, in mezzo a noi del Comitato.”
Il saluto della comunità, nella sua lingua
Nel suo paese lo hanno salutato come un custode: della lingua, delle tradizioni, di una storia che non sta nei libri di scuola. Le sue canzoni, scrivono, continueranno a ricordare chi sono e da dove vengono.
L’ultimo saluto è arrivato in arbëresh. “Qoftë i parajsës, Michele”. Che tu sia nel paradiso. E che la terra ti sia lieve.
Il Festival della Canzone Arbëreshe torna a San Demetrio Corone l’8 agosto.





