Il 30 luglio 1627, alle 10.50 del mattino, un terremoto di magnitudo 6.7 devastò la Capitanata tra il Gargano e il Tavoliere. Almeno 4.500 morti, cinque paesi rasi al suolo, un maremoto che svuotò il lago di Lesina e arrivò a metà delle mura di Manfredonia. È il sisma più forte mai documentato in Puglia.
Era un venerdì. La scossa arrivò a metà mattina, con l’epicentro nella zona di San Severo, e in pochi secondi cambiò la faccia della Capitanata. I cataloghi sismici dell’INGV la classificano con intensità del decimo grado della scala Mercalli e magnitudo 6.7. Nessun altro terremoto con epicentro pugliese si avvicina a questi numeri, né per potenza né per morti.
Il terremoto della Capitanata: cosa successe alle 10.50 del 30 luglio 1627
La terra si muoveva già da mesi. Le prime scosse erano arrivate nell’ottobre del 1626, poi altre a gennaio e ad aprile del 1627. Nessuno le lesse come un avvertimento.
Il 30 luglio la scossa principale colpì le propaggini nord-occidentali del Gargano e la piana del Tavoliere. L’area di massimo danno si concentrò in un fazzoletto di territorio a cavallo tra il promontorio e la pianura, con epicentro localizzato dagli studi moderni nei pressi di San Severo. Il terremoto fu avvertito fino a Chieti, a Napoli e in Sicilia.
I paesi distrutti: Apricena, San Paolo di Civitate, San Severo, Torremaggiore, Lesina
I centri della Capitanata dove crollò la maggior parte degli edifici furono cinque. Apricena pagò il prezzo più alto: le ricostruzioni degli storici parlano di una mortalità intorno al 45 per cento, quasi un abitante su due. A San Paolo di Civitate si arrivò al 35 per cento.
A San Severo, il centro più popoloso dell’area, le cronache dell’epoca raccontano che rovinarono tutti gli edifici e tutte le torri. Il conto locale delle vittime si aggira sulle 800 persone. Danni gravissimi anche a Torremaggiore, Lesina e Serracapriola. Più lontano dall’epicentro furono colpite Foggia, San Giovanni Rotondo, Manfredonia, Peschici e, fuori dalla Capitanata, Termoli e le zone interne del Molise.
Il maremoto del Gargano: il mare che si ritira e il lago di Lesina all’asciutto
Poi successe una cosa che nessuno si aspetta da un terremoto della Capitanata. Il mare si ritirò.
Lungo la costa tra Sannicandro Garganico e la foce del Fortore l’acqua arretrò per due o tre miglia. Il lago di Lesina rimase completamente asciutto per ore, e la gente scese a camminare sul fondo. Poi l’onda tornò indietro. Allagò l’abitato di Lesina, sommerse l’abbazia di Ripalta e, secondo i cronisti dell’epoca, raggiunse la metà delle mura di Manfredonia.
Gli effetti si sentirono lungo tutto il medio Adriatico: le inondazioni furono documentate fino alla costa teramana, tra Silvi Marina e Mutignano, oltre cento chilometri più a nord. Il Catalogo dei Maremoti Italiani lo classifica tra i maremoti più forti mai registrati nel Mediterraneo centrale. Proprio l’ampiezza di quelle osservazioni ha portato i ricercatori Tinti e Piatanesi a ipotizzare che la rottura della faglia sia avvenuta al largo, davanti alla costa garganica, e non nell’entroterra.
Le vittime in Capitanata: le stime prudenti e i numeri delle cronache
Quanti morirono davvero non lo sapremo mai con precisione. Le stime prudenti dei cataloghi sismici parlano di almeno 4.500 vittime, e la cifra sale intorno alle 5.000 se si considera l’intera sequenza sismica del 1626-1627.
Alcune cronache secentesche arrivano a decine di migliaia di morti, ma sono numeri che gli studi moderni non confermano. Nel Seicento contare i morti di una calamità era anche un modo per chiedere aiuti, e le fonti dell’epoca vanno lette con questa avvertenza. Resta il fatto che, in termini di vittime, il 1627 è il record negativo assoluto della storia sismica pugliese.
Un anno di scosse: la Capitanata accampata nelle campagne
Le repliche andarono avanti per quasi un anno. Chi era sopravvissuto non rientrò nelle case: la Capitanata dei centri distrutti si accampò nelle campagne, in ripari di fortuna, e ci restò per mesi.
Questo spiega perché la ricostruzione fu così lenta. Non si poteva ricostruire mentre la terra continuava a muoversi, e le famiglie che avevano perso tutto non avevano né i mezzi né la voglia di tornare dove erano morti i loro. Il tessuto urbano di quei paesi si riorganizzò negli anni successivi, e in molti casi cambiò forma.
La ricostruzione della Capitanata: dieci anni di esenzione dalle tasse
Il Regno di Napoli intervenne con lo strumento che aveva. Cinque tra i centri più colpiti ottennero dal tesoro regio dieci anni di esenzione fiscale, una misura pesante per le casse dello Stato e insufficiente per chi doveva tirare su una casa nuova.
Le chiese e i palazzi rifatti dopo il 1627 sono ancora lì. Chi cammina oggi nei centri storici di San Severo, Apricena o Torremaggiore ha davanti agli occhi il risultato di quella ricostruzione: portali, campanili e facciate che portano la data di quegli anni. La memoria del terremoto è scolpita nelle pietre, letteralmente.
Il Gargano che trema ancora: dal 1646 agli studi di oggi
Diciannove anni dopo, il 31 maggio 1646, un altro terremoto di magnitudo 6.2 colpì lo stesso territorio, da Vieste a Foggia. Il promontorio garganico resta una delle aree sismicamente più attive del Sud Italia, studiata proprio a partire dagli eventi del Seicento.
Il terremoto della Capitanata è oggi uno dei sismi storici italiani meglio documentati. I dati stanno nell’Archivio Storico Macrosismico Italiano dell’INGV, che raccoglie le osservazioni delle località colpite e le rielabora con i criteri della sismologia moderna. Da un evento di quattro secoli fa si continua a imparare come si comporta il sottosuolo della Capitanata quando si muove.
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In breve
- Evento: terremoto della Capitanata
- Data e ora: 30 luglio 1627, ore 10.50
- Magnitudo: 6.7 — Intensità epicentrale: X grado Mercalli
- Epicentro: area di San Severo, tra Gargano e Tavoliere
- Vittime: almeno 4.500, circa 5.000 sull’intera sequenza
- Centri distrutti: Apricena, San Paolo di Civitate, San Severo, Torremaggiore, Lesina
- Maremoto: mare ritirato di 2-3 miglia, lago di Lesina asciutto, onde fino a Manfredonia e alla costa teramana
- Ricostruzione: 10 anni di esenzione fiscale per cinque comuni
- Replica maggiore: 31 maggio 1646, magnitudo 6.2
Fonti: INGV — Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI); Catalogo dei Maremoti Italiani, INGV; CPTI15; CFTI5med; Tinti e Piatanesi, studi sulla sorgente del maremoto del 1627.





