Nel 2019 il mondo ha visto la prima fotografia di un buco nero. Un anello arancione, sfocato ai bordi, al centro della galassia M87: cinquantacinque milioni di anni luce da qui. Una immagine sola, un colore solo. In quella squadra c’era anche Rocco Lico, astrofisico nato a Mileto, in provincia di Vibo Valentia.
Adesso ce n’è una a due colori. E la firma di Lico sta di nuovo lì, in fondo allo studio.
Da Mileto all’Event Horizon Telescope
Rocco Lico lavora per l’Istituto nazionale di astrofisica e fa parte dell’Event Horizon Telescope, la collaborazione internazionale che ha messo insieme radiotelescopi sparsi su tutto il pianeta per riuscire a fotografare l’infotografabile.
Quel gruppo ha due imprese all’attivo. La prima immagine del buco nero di M87, nel 2019. Poi, nel 2022, quella del buco nero che sta al centro della nostra galassia, a ventisettemila anni luce da noi. Due volte la stessa notizia ha aperto i telegiornali di mezzo mondo.
Cosa cambia tra un colore e due
“The Astrophysical Journal Letters” ha pubblicato il primo studio a doppia frequenza mai fatto su quel buco nero. Lo firmano l’Osservatorio astronomico di Shanghai, dell’Accademia cinese delle scienze, e l’Istituto nazionale di astrofisica.
Il meccanismo, spogliato dai tecnicismi, è questo. Gli scienziati hanno preso le immagini ottenute con due strumenti diversi, l’Event Horizon Telescope e il Global Millimeter Vlbi, e le hanno sovrapposte. Ne è uscita una mappa dove il blu segna una frequenza e il rosso l’altra.
Non è una questione di estetica. Con un colore solo si vedeva com’è fatto un buco nero. Con due si comincia a capire come funziona.
L’anello, secondo Lico, non è soltanto una forma
“L’anello che si vede nelle immagini dei buchi neri non è soltanto una forma”, spiega Lico. Racconta anche in che stato si trova il gas incandescente che gira lì intorno, a un passo dal punto oltre il quale non torna indietro niente. Nemmeno la luce.
C’è un altro risultato dentro lo studio. La radiazione attorno al buco nero cambia in modo regolare a seconda della distanza dal centro: vicino si comporta in un modo, allontanandosi in un altro. Sembra poco. Per chi costruisce i modelli di come si comportano questi oggetti, è materiale con cui lavorare per anni.
Il prossimo obiettivo sono tre frequenze
Il gruppo internazionale ha già detto dove vuole arrivare: tre frequenze invece di due. Più colori significano più informazioni su cosa succede davvero attorno a un buco nero, in una regione dello spazio dove le regole a cui siamo abituati smettono di valere.
I premi, e le scuole del Vibonese
Lico ha vinto il premio internazionale Early-Career nel 2022. Il suo gruppo di lavoro ha ricevuto il Premio Leonardo. Mileto lo ha proclamato cittadino illustre. Nel curriculum ha anni passati tra la Spagna, l’Istituto di astrofisica dell’Andalusia, e Bologna.
Poi c’è la parte che in Calabria conoscono meglio. Quando torna, va nelle scuole. Ha incontrato gli studenti di Filadelfia, ha passato una serata a Ricadi a spiegare la Via Lattea e i buchi neri a chi si era portato la sedia da casa. Non manda un video: ci va di persona.
È lo stesso filo di altre storie di questa terra, come quella di Giuseppe Fiamingo, il prof di Tropea finito tra i cinque migliori insegnanti del mondo: gente che il proprio mestiere lo porta ai ragazzi di casa propria.
Una firma calabrese dentro una scoperta mondiale
Chi legge una notizia così di solito si ferma alla foto. L’anello, i colori, il buco nero. Vale la pena guardare anche l’elenco dei nomi in fondo allo studio, perché lì dentro c’è un paese della provincia di Vibo Valentia.
Non è la sola ricerca che passa da queste parti: dai laboratori calabresi escono lavori come quello sul lepone, il luppolo selvatico che la scienza ha messo sotto la lente. Ma qui si parla di un oggetto a cinquantacinque milioni di anni luce, e la distanza fa un altro effetto.
Lo studio completo è consultabile sul sito di The Astrophysical Journal Letters.





