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L’eccidio di Melissa, la strage di Fragalà del 1949: quando si sparò su chi aveva fame di terra

Il monumento di Ernesto Treccani ai caduti dell'eccidio di Melissa, Fragalà

Erano andati a coltivare la terra. Tornarono a casa a dorso d’asino, morti o feriti. Il 29 ottobre 1949, a Fragalà, frazione di Melissa, nel Crotonese, la polizia aprì il fuoco sui contadini che occupavano i terreni incolti del latifondo. È l’eccidio di Melissa: tre morti, decine di feriti, e una ferita che la Calabria porta ancora addosso. La sua storia è stata ricostruita nel dettaglio da Giuseppe Squillaci.

La fame di terra

Per capire quel giorno bisogna partire dalla fame. Nel 1949 a Melissa si era in circa 3.500, stipati nel centro storico, spesso in promiscuità con gli animali. Niente fognature, acqua insufficiente da portare a mano dalla fontana di Garda, una rete elettrica che saltava al primo temporale. La terra era l’unico mezzo di sopravvivenza, ma non era di chi la lavorava: gran parte del Crotonese apparteneva a pochissime famiglie di latifondisti. I Barracco, da soli, possedevano circa 30 mila ettari, dal mare di Capo Rizzuto fino alla Sila. Erano tra i più grandi proprietari terrieri d’Italia.

I decreti Gullo e le occupazioni

A dare una speranza furono i decreti del ministro dell’agricoltura Fausto Gullo, calabrese, soprannominato il “ministro dei contadini”. Dal 1944 una serie di provvedimenti permetteva di assegnare le terre incolte alle cooperative di braccianti. I contadini di Melissa li presero in parola: aratri per tracciare i solchi, cartelli con scritto “Zona pubblica, occupata dal popolo”, qualche bandiera rossa. Le occupazioni andarono avanti per anni, contro la resistenza dei proprietari, che chiamavano le forze dell’ordine a difendere terre lasciate incolte.

La strage di Fragalà, 29 ottobre 1949

Quella mattina in tre o quattrocento salirono a Fragalà con mogli, figli, asini e capre, per arare e seminare il fondo ripulito dai rovi. Arrivò la Celere del ministro Scelba, fatta venire da Bari. I contadini, come da istruzioni, accolsero gli agenti con applausi e al grido “Vogliamo pane e lavoro”. Ma scattò l’ordine di sgombero: lacrimogeni, manganelli, poi gli spari. Francesco Nigro, 29 anni, e Giovanni Zito, appena 15, caddero sul colpo. Angelina Mauro, 24 anni, ferita all’addome, morì pochi giorni dopo. I feriti furono almeno diciassette, molti colpiti alle spalle, mentre scappavano.

La sentenza che diede ragione ai contadini

Il governo provò subito ad addossare la colpa ai braccianti, parlando di un’aggressione con bombe a mano. Ma i fatti dicevano altro. Nel 1952 il giudice istruttore del Tribunale di Crotone scrisse che la versione dei contadini era “più plausibile”: erano armati solo di attrezzi da lavoro, i reperti trovati sul campo risultarono in dotazione alla polizia, le vittime erano state colpite per lo più alle spalle. Nessuno, però, fu condannato per quei morti: il procedimento contro ignoti si chiuse senza colpevoli. I contadini arrestati e i dirigenti comunisti vennero invece prosciolti.

Una memoria che non si spegne

I fatti di Fragalà fecero scalpore in Italia e all’estero. “Fuoco su chi ha fame”, titolò l’Avanti. Pietro Ingrao scese di persona in Calabria. L’eccidio accelerò il cammino verso la riforma agraria, che pochi mesi dopo avrebbe smembrato il latifondo. A Melissa, oggi, un monumento dell’artista Ernesto Treccani ricorda i caduti. Restano i nomi: Francesco Nigro, Giovanni Zito, Angelina Mauro. E la frase scolpita nella memoria del paese: morirono perché la terra non rimanesse incolta, e il frutto del lavoro fosse di chi lo lavorava. Per approfondire, la vicenda è documentata anche tra le pagine dedicate all’eccidio di Melissa.

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