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Il braciere in Calabria, “u vrasceri”: il cuore caldo delle case di una volta

Braciere in una cucina contadina della Calabria, anni Cinquanta, in una foto di Ernesto Treccani
Foto: Ernesto Treccani, Calabria, anni '50 - Regione Lombardia, Lombardia Beni Culturali

C’è un bambino seduto su uno sgabello basso, i piedi nudi a un passo dalla brace e la testa rasata a zero. Dietro di lui un altro bambino, sfocato dal movimento, e una mensola con poche bottiglie. È una cucina contadina della Calabria, agli inizi degli anni Cinquanta, e al centro della scena c’è l’oggetto attorno a cui ruotava la vita di allora: il braciere.

Cos’era “u vrasceri”

In Calabria il braciere lo chiamavano “u vrasceri”. Era una conca di rame o di ottone, riempita di brace e carbonella e posata al centro della stanza. Spesso veniva sistemato sotto un treppiede di legno coperto da una coperta pesante, così tutti potevano infilarci i piedi e restare al caldo. Non era un semplice scaldino: d’inverno era il vero re della casa.

Il carbone degli ulivi e il pericolo del fumo

Il carbone non si comprava: arrivava dalla potatura degli ulivi, delle viti e degli altri alberi. Il braciere si accendeva sempre all’aperto, ravvivato col ventaglio, e solo quando la brace era pronta lo si portava dentro. C’era un motivo preciso: portarlo in casa ancora fumante voleva dire rischiare di non svegliarsi più. Le esalazioni del carbone, quello che oggi chiamiamo monossido, hanno ucciso più di una famiglia nel sonno, e i nostri nonni lo sapevano bene.

Attorno alla brace si faceva famiglia

Intorno a quella conca calda passava la giornata intera. Ci si scaldavano le mani gelate, si asciugavano i panni, si tostavano due ceci. E la sera, quando fuori faceva buio presto, la famiglia si stringeva lì: i vecchi raccontavano le storie di sempre, i grandi rammendavano, i bambini ascoltavano a bocca aperta o giocavano sul pavimento. Non c’era la televisione. C’erano la brace e le voci, e bastavano a tenere tutti insieme.

Lo sguardo di un’epoca, nello scatto di Treccani

A fermare questa scena fu il pittore milanese Ernesto Treccani, che negli anni Cinquanta fotografò a lungo la Calabria contadina, facendone poi la materia dei suoi quadri. Oggi quei bambini scalzi, se sono ancora vivi, sono i nostri nonni. Hanno conosciuto la fame e il pavimento freddo, ma anche il calore di un braciere e di una famiglia intera stretta intorno. Era la Calabria povera. Ma era anche questa: dignità a piedi nudi, e una casa che si scaldava con poco. La Calabria di una volta.

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