Cento anni dalla nascita di Rocco Gatto: l’editoriale di Gratteri e Nicaso
Rocco Gatto sarebbe nato cento anni fa il 28 agosto. Per l’anniversario il procuratore di Napoli Nicola Gratteri e il professore Antonio Nicaso gli hanno dedicato un editoriale sul Corriere della Sera, chiamandolo il mugnaio-eroe che sfidò la ‘ndrangheta.
Il mulino stava a Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria. Gatto lo aveva rilevato dalla famiglia nel 1964.
«In un piccolo laboratorio riparava anche orologi», scrivono Gratteri e Nicaso: «le stesse mani che governavano le macine rimettevano in moto ingranaggi minuscoli».
Il primo no: diciassette chili di orologi e il mulino incendiato
Quando gli Ursini cominciarono a chiedergli il pizzo, Rocco Gatto rispose di no.
La rappresaglia arrivò in due tempi. Prima gli portarono via diciassette chili di orologi. Poi gli incendiarono il mulino.
Lui non chiuse e non pagò. Era iscritto al Partito Comunista e in paese lo sapevano tutti.

Il coprifuoco del novembre 1976: il paese si ferma, il mugnaio no
Il 6 novembre 1976 il capoclan Vincenzo Ursini rimase ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri. La cosca lo pianse imponendo il lutto a tutto il paese: saracinesche abbassate e mercato settimanale chiuso, un coprifuoco che nessuno aveva scritto e che tutti rispettarono.
Tutti tranne lui. Rocco Gatto fu l’unico a fare i nomi di chi aveva imposto quella chiusura, e li fece ai carabinieri.
Gatto non lo rispettò. E fece di più: andò dai carabinieri e dalla magistratura a denunciare le sopraffazioni con nomi e cognomi.
Nei mesi che seguirono continuò così, mentre in paese cresceva il silenzio intorno a lui.
Non era la prima volta che a Gioiosa succedeva qualcosa del genere. Il 27 dicembre 1975 il paese aveva incrociato le braccia contro la ‘ndrangheta con uno sciopero generale, ricordato come la prima manifestazione antimafia della storia d’Italia.
Gatto non agiva in un deserto, insomma: agiva in un posto che ci aveva già provato e che dopo la morte del boss si era rimesso a testa bassa.
«Non pagherò mai la mazzetta»: Rocco Gatto davanti alle telecamere
Poco prima di essere ucciso comparve davanti alle telecamere di TV7, il settimanale di approfondimento della Rai.
Disse una frase sola, e la disse in faccia: «Non pagherò mai la mazzetta. Lotterò fino alla morte».
La condanna a morte venne decisa dai vertici della malavita locale.
L’agguato al ponte di Armo, all’alba del 12 marzo 1977
All’alba del 12 marzo 1977 Rocco Gatto percorreva in furgone la strada che porta a Roccella Ionica. Andava a lavorare.
I killer lo aspettavano appostati vicino al ponte di Armo, armati di lupara. Tre colpi bastarono a uccidere il mugnaio, che aveva cinquant’anni.
Ai suoi funerali la Locride scese in piazza. Fu una delle prime volte in cui in Calabria si manifestò apertamente contro la ‘ndrangheta, con i sindacati e il PCI in testa al corteo.
Il processo: condanna per estorsione, assoluzione per l’omicidio
Il processo contro Luigi Ursini e Mario Simonetta si chiuse con la condanna per estorsione. Per l’accusa di omicidio, invece, i due furono assolti per insufficienza di prove, e la Cassazione confermò la sentenza.
Gli assassini di Rocco Gatto, dal punto di vista giudiziario, non hanno un nome.
Sul cognome della cosca, va detto, le fonti non vanno d’accordo: le cronache e l’editoriale del Corriere scrivono Ursini, mentre le ricostruzioni sulla criminalità della Locride parlano della famiglia Ursino. Qui è stata tenuta la versione del Corriere.
La medaglia d’oro di Pertini e il premio che porta il suo nome
Il 13 maggio 1980 il presidente della Repubblica Sandro Pertini appuntò sul petto di Pasquale Gatto, il padre, la medaglia d’oro al valor civile concessa alla memoria del figlio. Lo Stato riconobbe il coraggio del mugnaio di Gioiosa Ionica senza essere riuscito a dare un nome ai suoi assassini.
Suo padre Pasquale, intanto, andò avanti per anni a chiedere giustizia. Nel 1978, in piazza Vittorio Veneto, militanti del PCI arrivati da Milano e artisti del posto dipinsero un murale dedicato a lui e a tutte le vittime delle mafie.
La sua storia è raccontata nel documentario di Giuliana Mancini «Senza fare un passo indietro. Storia di Rocco Gatto», trasmesso da Rai Storia il 15 marzo 2017.
A Gioiosa Ionica il mulino esiste ancora. Al piano terra di quel palazzo ci sono le macine; al secondo piano un piccolo museo raccoglie documenti, ritagli di giornale, fotografie e materiale audiovisivo su Rocco Gatto e su Francesco Modafferi, il sindaco antimafia del paese. Lo gestisce l’associazione Bird Production, fondata da Alberto Gatto, nipote del mugnaio.
Il suo nome vive anche in un premio cinematografico. L’edizione del centenario, a marzo, ha raccolto novantanove opere da trenta Paesi e ne ha portate sei in finale, fra documentari, cortometraggi e animazione, con tre giorni di proiezioni gratuite all’Auditorium comunale.
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Cinquant’anni fa, a Gioiosa Ionica, un uomo che riparava orologi disse di no. Poi continuò ad aprire il mulino ogni mattina, finché una mattina non arrivò al lavoro.
Fonte: Corriere della Calabria, Corriere della Sera





