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Policlinico di Bari, ginocchio ricostruito con un innesto biologico: evitata la protesi

Al Policlinico di Bari una donna di 43 anni ha evitato la protesi: il ginocchio è stato ricostruito con un innesto di osso e cartilagine sagomato con una mascherina stampata in 3D.
Ricostruzione del ginocchio con innesto biologico al Policlinico di Bari

Una donna di 43 anni si è tenuta il suo ginocchio. Poteva finire con una protesi di metallo, come succede quasi sempre in questi casi. Invece no. Al Policlinico di Bari i chirurghi hanno tolto il pezzo rovinato dell’articolazione e al suo posto ne hanno messo uno di osso e cartilagine, tagliato su misura con l’aiuto di una stampa in 3D. Ha operato il dottor Lorenzo Moretti, dell’équipe di Ortopedia.

Il ginocchio rovinato da una malattia dell’adolescenza

Il problema veniva da lontano. Da ragazzina la paziente aveva avuto l’osteocondrite dissecante, una malattia che colpisce l’osso sotto la cartilagine mentre il corpo sta ancora crescendo. Anni dopo il conto è arrivato: una lesione profonda nel condilo femorale interno, cioè la parte interna dell’estremità del femore, quella che dentro il ginocchio fa il lavoro sporco.

Con un danno così di solito si mette la protesi. Funziona, per carità. Ma è pensata per chi ha vent’anni di più: una protesi dura un tot, e a 43 anni rischi di doverla rifare.

I passaggi dell’intervento al ginocchio

  • asportazione di tutta l’area danneggiata del condilo femorale interno;
  • studio ricostruttivo e stampa in 3D di una mascherina modellata sull’anatomia della paziente;
  • ritaglio e sagomatura del tassello di osso e cartilagine prelevato da donatore;
  • inserimento dell’innesto, con combaciamento al millimetro;
  • attecchimento progressivo nelle settimane successive.

Ricostruire il ginocchio invece di sostituirlo

A Bari hanno provato un’altra strada. Prima hanno asportato tutta l’area rovinata. Poi ci hanno inserito un tassello di tessuto osteocondrale, osso e cartilagine insieme, prelevato da un donatore.

La difficoltà vera era la forma. Doveva combaciare al millimetro, altrimenti la superficie dell’articolazione non torna liscia e il peso del corpo si scarica male. Così hanno fatto uno studio ricostruttivo, hanno stampato in 3D una mascherina modellata sull’anatomia di quella paziente e su quella hanno ritagliato l’innesto, fino a riprodurre la stessa identica geometria del pezzo tolto.

Perché il ginocchio non rifiuta l’innesto

E il rigetto? Non c’è. Il tessuto è biologico ed è uguale a quello rimosso, quindi il corpo non lo attacca. Non lo vede come una cosa estranea, lo tratta come roba sua.

Nelle settimane dopo l’operazione parte quello che i chirurghi chiamano riabitazione. Le cellule della paziente entrano nel tassello nuovo, se lo prendono, gli portano il sangue. Alla fine attecchisce del tutto. Una protesi, invece, resta un corpo inerte per tutto il tempo che dura.

Un’alternativa che non vale per tutti

Attenzione però: non è una soluzione per chiunque. Serve una lesione ben delimitata, tessuti che rispondano, e un paziente abbastanza giovane perché salvare l’articolazione abbia senso nei decenni successivi. È stata proprio la reattività dei tessuti, fa sapere il Policlinico, a rendere possibile tutto il resto.

Per la donna operata a Bari il risultato si riassume in poche parole. Il ginocchio è ancora il suo.

La linea degli ospedali pugliesi

Non è un caso isolato. Gli ospedali pugliesi stanno spingendo da tempo sulla chirurgia che conserva invece di sostituire. Al Perrino di Brindisi, per esempio, è stata asportata una massa ovarica di 13 chili salvando l’organo.

Sul quadro nazionale della donazione di tessuti si può consultare il sito del Centro Nazionale Trapianti.

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