Sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, incastonata nel palazzo Rognetta, c’è una lapide che quasi nessuno nota. Ricorda Giuseppe Benassai, pittore, nato in quella casa il 20 luglio 1835. Sono passati 191 anni.
Da orafo a pittore: chi vide per primo il talento di Giuseppe Benassai
Era figlio di Pietro e Caterina Rognetta. Da ragazzo conosce la povertà e si avvia al mestiere di orafo, come da tradizione di famiglia.
È un altro pittore reggino, Ignazio Lavagna Fieschi, a vedere che quel ragazzo ha un talento e a mandarlo a Napoli, alla scuola di Salvatore Fergola. Ci resta poco. La polizia borbonica viene informata da un delatore delle idee libertarie dei Benassai e lo rispedisce a Reggio.
Nel 1857 ripara a Roma. Studia da autodidatta e dipinge la campagna intorno alla città, paesaggi che un critico definirà “rude, selvaggia, tagliente”. Di quelle tele non è sopravvissuta nemmeno una.
Firenze, i Macchiaioli e il premio del governo
Dopo l’Unità si stabilisce a Firenze. Frequenta Telemaco Signorini e i circoli dei Macchiaioli, fa amicizia con Domenico Morelli, comincia a scrivere di critica d’arte sulla “Nazione” di Firenze e sulla “Patria” di Napoli.
Nel 1868 il premio del governo per il paesaggio va alla sua “Quiete”: la grande tela si può ancora vedere alla Pinacoteca civica di Reggio Calabria. L’anno dopo il governo lo manda in Egitto per l’inaugurazione del canale di Suez, e lui torna con vedute del Nilo, tramonti nel deserto, tende di beduini.
La svolta: Giuseppe Benassai alla Manifattura Ginori
Poi arriva il passaggio che lo rende un caso raro. All’Esposizione universale di Parigi del 1867 si era entusiasmato per il rapporto tra arte e industria. Dal 1873 diventa il primo direttore artistico della Manifattura Ginori a Doccia.
Porta il paesaggio sulla maiolica, crea vasi monumentali e coppe decorate con le quattro parti del mondo, apre una scuola di disegno per gli operai di Sesto Fiorentino.
Vuol dire lasciare la tela per la ceramica, l’aria aperta per la fabbrica. Una scelta rara, in un’epoca in cui le arti applicate stavano in fondo alla scala: un pittore premiato dal governo che va a insegnare il disegno agli operai di una manifattura non era esattamente la carriera che ci si aspettava.
Dove si vedono oggi i suoi quadri
Chi passa da Reggio Calabria due tele di Giuseppe Benassai le può vedere davvero. Stanno nella sala 8 della Pinacoteca civica, dentro il Teatro Cilea, in mezzo ai paesaggisti reggini dell’Ottocento.
Una è la “Quiete”, quella del premio. L’altra è l'”Aspromonte”: un olio lungo due metri e mezzo, largo un metro e venticinque, dipinto nel 1869.
E non è un paesaggio qualunque. Benassai ci ha messo il punto esatto dello scontro dell’agosto 1862, quello in cui Garibaldi venne ferito sull’Aspromonte. Un pittore che dipinge la montagna di casa sua e dentro ci nasconde la storia d’Italia di sette anni prima.
Ventotto opere e un patrimonio disperso
Muore il 5 dicembre 1878, a 43 anni, per quella che allora si chiamava apoplessia. La critica lo dimentica in fretta.
Oggi si conoscono appena 28 opere e 19 studi. Tutto il resto è disperso in collezioni private, in famiglie che, come scrive la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni, “le conservano quasi nascoste, senza alcun intento commerciale”. Qualche tela forse sta ancora al Cairo. Qualche maiolica in Svizzera.
La riapertura del Museo Ginori di Sesto Fiorentino potrebbe essere l’occasione per rivedere esposte almeno le sue ceramiche. Nel frattempo, come succede a Capocolonna col Mosaico dei Delfini tornato visibile, il patrimonio calabrese resta una faccenda di cose che si ritrovano, non di cose che si sono conservate.
Fonte: Avvenire di Calabria





