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Caporalato in Calabria, il sistema invisibile dietro la strage di Amendolara

Braccianti agricoli nei campi della Piana di Sibari, il caporalato in Calabria dopo la strage di Amendolara

La strage di Amendolara ha riacceso i riflettori su quello che succede nei campi. A giugno un minivan è stato dato alle fiamme lungo la statale 106: dentro c’erano quattro braccianti tra i 19 e i 29 anni, un pakistano e tre afghani. Un quinto si è salvato rompendo un vetro. Dietro, l’ombra dello sfruttamento.

I numeri della Calabria

Il quadro calabrese lo ha fotografato un dossier del Cnr-Ismed, dentro il Report su agromafie e caporalato. Si parla di fino a 12mila lavoratori agricoli irregolari nella regione, concentrati soprattutto nei mesi delle raccolte. La mappa dello sfruttamento attraversa la Piana di Sibari e il nord-est della Calabria: Corigliano-Rossano, Cassano allo Ionio, Tarsia, Trebisacce. Solo nel comune di Corigliano-Rossano risultano registrati 11.381 lavoratori agricoli, di cui 3.423 stranieri, quasi un terzo del totale. E negli ultimi mesi, tra Corigliano-Rossano e l’alto Ionio cosentino, si contano almeno quattordici roghi contro auto e furgoni usati dai braccianti.

Un sistema che funziona come una tratta

Da lì è emerso un meccanismo che assomiglia a una tratta. Il caporalato non è più chiuso in un solo territorio: è una rete che segue le raccolte lungo tutta l’Italia. Dalla Calabria alla Basilicata, fino al Piemonte e al Friuli, migliaia di lavoratori vengono spostati da una campagna all’altra. Agrumi e olive nella Piana di Sibari, poi fragole e pomodori nel Metapontino, infine il Nord.

Il “nero” e il “grigio”

Gli esperti oggi distinguono due forme. Il caporalato “nero”, fatto di violenze e minacce. E quello “grigio”, più difficile da vedere: contratti in apparenza regolari, ma con le giornate di lavoro falsificate in busta paga. Chi ne lavora cinquanta ne risulta pagate dieci. E per uno straniero questo pesa anche sul permesso di soggiorno.

I controlli che non bastano

I controlli restano pochi. Gli ispettori davvero sul campo sono poco più di mille, e ogni anno si controlla meno del 4% delle aziende agricole. Il caporale non aspetta più in strada: recluta su WhatsApp, organizza trasporti e alloggi. In certi appartamenti sono state trovate fino a diciotto persone.

I soldi del Pnrr rimasti fermi

C’erano anche i fondi per cambiare le cose. Il Pnrr aveva stanziato 200 milioni per alloggi dignitosi. Finora ne risultano assegnati solo 25,9. Il resto rischia di restare fermo, mentre nei campi si continua a lavorare oltre dieci ore sotto il sole.

La ricostruzione dell’inchiesta è di LaC News24.

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