Ci sono paesi che portano addosso due facce. Soriano Calabro, nelle Serre vibonesi, in provincia di Vibo Valentia, è uno di questi. Da una parte cinque secoli di fede, con uno dei conventi più potenti che il Sud abbia mai avuto. Dall’altra la paura del diavolo, i processi alle streghe, le storie che gli anziani ancora oggi raccontano solo a bassa voce. Sta lassù, nell’alta valle del Mesima, tutto pietra e silenzio.
Il convento domenicano, uno dei più potenti del Sud
Il convento nacque nel primo Cinquecento. E in pochi decenni diventò enorme: uno dei più grandi e ricchi di tutto il Mezzogiorno. Non ci si pregava soltanto. Era cultura, era denaro, era potere. Ci arrivavano pellegrini da ogni angolo del Sud. Il paese, a guardarlo bene, è cresciuto intorno a quelle mura. E con lui sono cresciute le storie.
La leggenda del quadro non dipinto da mano umana
La vicenda più famosa è quella del Quadro. Si racconta che la notte del 15 settembre 1530 la Madonna sia apparsa a un frate converso, Lorenzo da Grotteria, insieme a Maria Maddalena e a Santa Caterina. Quando l’apparizione finì, al frate restò tra le mani una tela con il volto di San Domenico di Guzmán, il fondatore dell’ordine. La tradizione la chiama “acheropita”: non dipinta da mano d’uomo. Da allora quel Quadro non ha più smesso di richiamare pellegrini, e ogni anno il paese ne celebra la Calata.
Le Magare e i processi dell’Inquisizione
Ma la stessa gente che pregava aveva il terrore del demonio. Tra Cinquecento e Seicento il Sant’Uffizio di Napoli aprì un processo dietro l’altro. Sotto accusa finivano uomini e donne di Soriano, di Stefanaconi, di Gerocarne, di Pizzoni. Negli archivi diocesani si leggono cose che oggi fanno sorridere e gelare insieme: una vicina denunciata perché “toglieva il latte alle mucche”, una guaritrice arrestata per aver mescolato erbe e preghiere. E poi c’erano loro, le Magare. Le streghe della tradizione calabrese, che di notte, dicevano, salivano sul Monte Poro per ballare con il diavolo travestito da caprone.
La leggenda nera del frate del 1632
C’è una storia che a Soriano non hanno mai dimenticato. Nel 1632 un frate, dicono, si mise a parlare lingue che non aveva mai studiato. Lo tennero sotto riti di liberazione per giorni. Alla fine morì, sfinito, nella sua cella. Da allora i vecchi giurano che di notte, tra le rovine, si sente ancora un rumore di catene trascinate. Sono leggende, certo, da prendere con la testa e non con la pancia. Ma fanno parte del paese quanto le sue pietre.
Il terremoto del 1783 e le rovine che restano
Poi arrivò il 1783. Il grande terremoto che mise in ginocchio tutta la Calabria si portò via anche Soriano e il suo convento, e con loro centinaia di vite. I domenicani se ne andarono. Di quel potere restarono soltanto i muri sventrati, ancora lì oggi. Qualcuno, allora, disse che era un castigo di Dio: per i peccati, per le fatture, per il sangue versato. Fu la terra, semplicemente. La stessa terra che qui, da sempre, tiene insieme la fede e la superstizione.
Un patrimonio di storia e di leggenda
Oggi Soriano conta poco più di duemila abitanti, e le rovine del convento fanno ancora da sfondo al paese. Le Magare, le Jane, i frati, i pellegrini: tutto questo è cultura calabrese vera, quella dove la fede e la magia si sono sempre sfiorate e ogni tanto scontrate. Chi vuole un’altra grande storia di devozione della regione può leggere quella del Santuario della Madonna della Montagna di Polsi. Sul quadro miracoloso resta utile la scheda della Visione di Soriano.





