In Calabria lo chiamano lepone. Cresce da solo, dove capita: ai margini dei fossi, lungo i torrenti, nei fondovalle umidi delle zone collinari e montane, con le concentrazioni più fitte sull’altopiano silano. Per generazioni nessuno gli ha dato peso. Era erba. Adesso quella stessa pianta è finita sui banconi di un laboratorio universitario, e ne è uscita con una carta d’identità.
Che cos’è davvero il lepone
Il lepone è il nome calabrese del luppolo selvatico, l’Humulus lupulus: la stessa specie che dà aroma e amaro a tutte le birre del mondo. La differenza sta nel fatto che qui non lo coltiva nessuno. Non è selezionato, non è addomesticato, non risponde a un disciplinare. Cresce come gli pare, e proprio per questo ha un carattere che i luppoli di filiera non hanno.
Dove si trova in Calabria
Chi va per campagne lo riconosce dai rampicanti che si aggrappano alle siepi e ai rovi vicino all’acqua. I fondovalle umidi sono il suo ambiente naturale, ma è la Sila la zona dove se ne trova di più. Un dettaglio che conta: il luppolo assorbe molto dal terreno e dal clima in cui vive, e la Sila non somiglia a nessun altro posto.
Quando finiva in frittata
Prima di diventare oggetto di studio, il lepone era cibo. I germogli di primavera — quelli che in altre regioni chiamano bruscandoli — si raccoglievano lungo le siepi fino a fine maggio e finivano nelle padelle delle case contadine, quasi sempre in frittata. Roba semplice, di stagione, che non costava niente. Una pianta che oggi interessa i ricercatori ieri riempiva lo stomaco quando non c’era altro.
Il laboratorio che gli ha dato un nome scientifico
Il lavoro sul lepone si fa al FocussLab del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dentro il Centro Nazionale Agritech. Tra i protagonisti della ricerca c’è il borsista Francesco Ligato. L’obiettivo non era accademico: per far entrare una pianta spontanea in una filiera vera serve sapere con precisione cos’è, altrimenti resta una curiosità da erboristeria.
Il fingerprinting aromatico, spiegato semplice
I ricercatori hanno messo a punto protocolli di quello che chiamano fingerprinting aromatico. Tradotto: una carta d’identità dell’odore. Si misurano le molecole chimiche che rendono quella pianta diversa da ogni altra e si scrive nero su bianco che profumo ha, con numeri al posto delle impressioni. È la stessa logica delle impronte digitali, applicata a un rampicante che cresce lungo un fosso.
Un profilo che l’industria non sa copiare
Il verdetto è netto. Il lepone ha note erbacee, floreali e resinose, lontane dagli standard industriali. Su un luppolo da filiera sarebbe un problema, perché i grandi birrifici cercano prodotti costanti e prevedibili. Qui è il contrario: quell’irregolarità è la firma. Un aroma che nessun impianto di selezione può replicare, perché nasce da un terreno e da un clima precisi.
La birra agricola e la filiera che può nascere
Il tempismo non è casuale. Nel gennaio 2025 la Calabria ha riconosciuto la birra artigianale agricola come prodotto agricolo evoluto, e negli ultimi anni i birrifici artigianali della regione sono cresciuti di numero. Diversi produttori hanno cominciato a sperimentare con ingredienti autoctoni, cercando qualcosa che sappia di casa e non di catalogo. Il lepone è esattamente quel qualcosa: mancava solo la scienza che ne certificasse il profilo.
Perché è una notizia che riguarda tutta la Calabria
Le storie di valorizzazione dei prodotti del Sud spesso si fermano allo slogan. Questa no, perché parte da un dato misurabile. Una pianta considerata erbaccia per secoli, mangiata in frittata quando la carne era un lusso, oggi ha un profilo chimico documentato che può reggere un prodotto da vendere fuori regione. Non è la nostalgia a farne un valore: sono i numeri di un laboratorio di Reggio Calabria.





