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Michele Fazio, 25 anni dopo: l’appello dei genitori alle donne dei clan

Venticinque anni dopo l'omicidio di Michele Fazio, i genitori Lella e Pinuccio lanciano un appello alle donne dei clan di Bari: salvate i figli dal carcere o dal cimitero.
Michele Fazio con i genitori Lella e Pinuccio
Michele Fazio con i genitori Lella e Pinuccio

A Bari Vecchia c’è una data che nessuno prova nemmeno a dimenticare: il 12 luglio 2001. Quella sera Michele Fazio aveva quindici anni e stava tornando a casa dal lungomare, dov’era stato con gli amici. A pochi passi dal portone finì in mezzo a un agguato tra clan. I killer dei Capriati cercavano qualcun altro. Spararono, e colpirono lui. Michele non c’entrava niente.

Venticinque anni dopo, quel ragazzo è il simbolo di una Bari che alla mafia ha imparato a dire no. E i suoi genitori, Lella e Pinuccio, non hanno mai smesso di raccontarlo.

Chi era Michele Fazio

Michele non era un ragazzo qualsiasi. Faceva il cameriere in un bar della città vecchia, serviva il caffè agli abitanti del quartiere, li conosceva uno per uno. Andava alla scuola serale per aiutare la famiglia. E aveva un sogno preciso, quasi ostinato per un quindicenne cresciuto in quei vicoli: indossare la divisa da carabiniere.

Quella sera di luglio la sua vita si è fermata sul selciato, davanti a casa. Un errore. Una pallottola partita per colpire un altro. È il dettaglio che rende la storia insopportabile e, insieme, universale: la mafia non uccide solo chi la combatte, uccide anche chi passa di lì.

Il perdono di Lella e Pinuccio

C’è un capitolo di questa vicenda che spiazza chiunque. Nel 2011, dieci anni dopo l’omicidio, uno degli assassini scrisse ai coniugi Fazio dal carcere. All’epoca del delitto aveva diciotto anni. Nella lettera chiedeva perdono.

Lella e Pinuccio risposero. E, col tempo, accettarono persino di incontrarlo. Non un colpo di spugna, non un abbraccio da telecamera. Una scelta durissima, fatta in silenzio, che ha ribaltato la logica della vendetta su cui i clan costruiscono il loro potere.

Da allora i due genitori vivono ancora nella città vecchia e girano scuole, piazze, parrocchie, associazioni. Raccontano Michele ai ragazzi che hanno l’età che aveva lui. Li guardano negli occhi e provano a fermarli prima che sia troppo tardi.

L’appello alle donne dei clan

Oggi il messaggio di Lella e Pinuccio ha un destinatario preciso: le donne. Le mogli, le madri, le sorelle di chi vive dentro i clan baresi. A loro si rivolgono senza giri di parole: «È questa la vita che volete per i vostri cari? Il carcere o il cimitero? Dovete impegnarvi per salvarli».

È un appello a collaborare, a rompere la catena prima che un altro nome finisca su una lapide o dietro le sbarre. Perché dietro ogni cognome che compare sui giornali c’è una famiglia che aspetta, esattamente come la loro. «Il mio Michele oggi sarebbe un papà», dice la madre. In quella frase c’è tutto: il futuro rubato di un ragazzo di quindici anni e una ferita che nessuna condanna potrà mai richiudere.

Venticinque anni dopo, la voce di Lella e Pinuccio è ancora lì. Non chiede vendetta. Chiede che nessun altro genitore debba imparare a convivere con una data come la loro.

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