C’è una montagna, in Calabria, che adesso ha un fungo tutto suo. Si chiama Tricholoma portentosum f. aspromontanum, e fino a poco tempo fa non lo conosceva nessuno. A scoprirlo è stato Pietro Rodà, studioso reggino che i boschi dell’Aspromonte li gira da una vita. È il primo fungo a portare, scritto nel nome scientifico, quello della nostra montagna.
Chi è Pietro Rodà
Rodà è nato a San Carlo di Condofuri e oggi vive a Reggio Calabria. Non è un raccoglitore della domenica. È stato direttore scientifico del Gruppo Micologico Reggino e siede nei comitati scientifici nazionali dell’A.M.B., la più importante associazione micologica italiana. Ha firmato libri e articoli, e si è specializzato in un genere preciso: i Tricholoma. Insomma, sa di cosa parla.
Una forma che forse cresce solo qui
La parola che rende speciale questa scoperta è una sola: endemica. Il fungo, a oggi, non risulta trovato da nessun’altra parte. Rodà lo aveva adocchiato da anni, sempre negli stessi posti: il Monte Scafi di Condofuri, il Monte Embrisi di Montebello, le leccete sparse dell’Aspromonte. Lo vedeva strano, diverso dal solito Tricholoma portentosum. E ha voluto vederci chiaro.
Dal Giappone alla Spagna, la strada della certezza
Per arrivare alla prova scientifica ci sono voluti microscopio, reagenti chimici, letteratura internazionale e, alla fine, la genetica. Le analisi molecolari le ha fatte un laboratorio di Oviedo, in Spagna, che ha confermato tutto. Non è la prima volta che Rodà lavora con l’estero: in passato ha collaborato con il giapponese Hitoshi Neda, arrivato fin qui per studiare un altro fungo calabrese, parente stretto del matsutake, il più pregiato del Sol Levante. La scoperta è poi uscita sull’ultimo numero della Rivista di Micologia, la più autorevole del settore in Italia.
Com’è e che sapore ha
Per chi se lo stesse chiedendo: sì, si mangia, ed è pure buono. Ha cappello grigio fibrilloso, lamelle che dal giallo virano quasi al salmone, e cresce sotto querce come il leccio. Il sapore è farinaceo, con un sentore leggermente metallico che però — assicura l’autore — è molto gradevole. Un piccolo tesoro nascosto tra i boschi reggini, che da oggi porta scritto il nome dell’Aspromonte ovunque, nel mondo, lo si nomini.





