Le regioni, raccontate da chi ci vive
Testata giornalistica registrata · Tribunale di Napoli n. 25/2022

Leuca, le grotte dove la terra finisce e comincia la leggenda

Le grotte di Leuca, Punta Ristola, Santa Maria di Leuca

C’è un punto, all’estremità del Salento, dove la terra semplicemente finisce. Lo chiamavano “de finibus terrae”, la fine del mondo conosciuto. Oggi lo chiamiamo Santa Maria di Leuca, la marina di Castrignano del Capo, là dove l’Adriatico e lo Ionio si danno appuntamento. E proprio lì, scavate nella roccia a picco sul mare, si aprono alcune delle grotte più affascinanti e misteriose di tutta la Puglia.

Le grotte di Leuca non sono una sola. Sono decine, lungo le due coste, di ponente e di levante, e per la maggior parte si raggiungono soltanto dal mare, a bordo delle barche che ogni estate partono dal porticciolo. Ognuna ha un nome, una forma, una storia. Ma due, su Punta Ristola, il lembo più a sud di tutta la penisola, valgono da sole il viaggio.

La Grotta del Diavolo, il cuore oscuro di Leuca

Il nome se lo è guadagnato sul campo. Per secoli gli abitanti di Leuca giurarono di sentire, da quella cavità, dei boati cupi, dei ruggiti che salivano dal ventre della roccia. Non sapendo spiegarli, li attribuirono al demonio. Da qui “Grotta del Diavolo”. E da qui le leggende: c’è chi la chiamava la porta dell’inferno, e chi raccontava che di lì fosse passato perfino Telemaco, il figlio di Ulisse, sceso nelle viscere della terra a cercare il padre.

La verità, come spesso accade, è meno spaventosa ma più sorprendente. L’ingresso principale si apre a sedici metri sul livello del mare, una bocca di sei metri per cinque che porta dentro un primo vestibolo, poi giù, fino a sfiorare l’acqua. I boati? Il rumore del mare che si incanala nei cunicoli nei giorni di tempesta.

Ma è quello che gli studiosi hanno trovato dentro a lasciare a bocca aperta. Già dal Settecento la grotta è oggetto di scavi. Da quel terreno sono usciti utensili di selce e d’osso, frammenti di ceramica, resti che parlano del Neolitico. Vuol dire che qui, alla fine della terra, l’uomo viveva e lavorava migliaia di anni fa.

Porcinara, il tempio sul mare di Leuca

A pochi passi, sempre su Punta Ristola, c’è l’altra grande custode della memoria di Leuca: la Grotta Porcinara. Oggi è chiusa da un cancello, e non per cattiveria. Serve a proteggere quello che le sue pareti conservano: iscrizioni antiche, incise nella pietra da chi, secoli prima di Cristo, qui veniva a pregare.

Sulle sue pareti compare il nome di un dio locale, Batios, e i segni di una escara, una sorta di altare scavato nella roccia per le funzioni sacre. Messapi prima, naviganti greci poi: tutti, prima di affrontare il mare aperto, salivano fin quassù a chiedere protezione. La Porcinara era il loro santuario in cima al promontorio, l’ultima preghiera prima del viaggio.

Perché le grotte di Leuca ci somigliano

Mettetele in fila, queste storie. Un popolo che scava la roccia nel Neolitico. Dei marinai che pregano un dio dal nome dimenticato. Dei contadini che sentono ruggire il diavolo e ci costruiscono sopra una leggenda. È la nostra terra, tutta intera, dentro due buchi nella scogliera.

Per questo Leuca non è soltanto una cartolina con il faro e la basilica. È un confine, l’ultimo pezzo di Puglia prima del mare grande. Un posto dove, ancora oggi, basta affacciarsi su quelle grotte per sentire che qui non finisce niente: comincia tutto.

Da leggere ancora in questa edizione

Hai un'attività in questa regione?

Raccontala ai lettori dell'edizione. Paghi solo dopo la nostra approvazione.

Promuoviti con noi